sabato 14 dicembre 2019

Barbarism begins at home


Uscire da un social network dopo tanti anni è operazione dolorosa. Nel 2006, complice la facilità di accedere alla rete da parte di mio fratello, usavo passare il dopocena in camera sua davanti al computer. Avevo già avuto qualche approccio con internet nel 1996, collaborando con un ufficio comunale della mia città. Fu solo dieci anni dopo che mi avvicinai a questa neonata “piattaforma di socialità virtuale”. La possibilità di caricare foto, scambiare commenti su fatti o persone, condividere passioni o desideri, mi illuse sul fatto che avrei potuto parlare con i miei conoscenti o amici anche solo rimanendo seduto a casa davanti al pc. Credevo che il mondo intero mi leggesse e qualsiasi cosa avessi detto, avrebbe influenzato l’opinione pubblica quasi che fossi un oratore sul piedistallo ad arringare una folla immensa. Iniziai così a regolare la mia vita in base a ritmi che mi avrebbero consentito di ritagliare del tempo da dedicare alla rete. Dapprima con discrezione e goffaggine, in seguito con assiduità quasi maniacale. Con gli anni non stavo cambiando solo io ma anche quelli che come me, erano dentro il social.  Si andava sviluppando una sorta di luogo nel quali tutti, complice la mancanza di corporalità dei rapporti, avevano la possibilità di sfogare le proprie frustrazioni sugli altri: dalle insoddisfazioni sentimentali ai problemi di lavoro e di salute, alle difficoltà economiche dovute alla crisi che sarebbe esplosa alla fine del decennio. La mancanza di corporalità e quindi l’impossibilità di provare dolore fisico, spingeva le persone ad andare oltre il normale dibattito civile, sicuri di non essere colpiti o feriti. Una sorta di invulnerabilità da schermo che spingeva a disertare il lettino dello psicologo per risolvere tensioni e incomprensioni contro la sagome-bersaglio degli altri. Nonostante ne percepissi il pericolo, per un certo periodo, mi sono fatto coinvolgere in discussioni sterili nelle quali, per quanto apportassi contributi interessanti e ne ricevessi altrettanti, nessuno cambiava idea, nessuno era capace di confessare l’errore o il malinteso, spingendosi verso la pratica della negazione della verità pur di non essere perdente. Ci fu il periodo dell’autoscatto che accrebbe il proprio io, spazio atemporale nel quale proiettare la propria immagine filtrata dallo specchio di Dorian Gray. Piacersi, amarsi, venerare la propria opinione, cercando di essere migliori della propria intima natura, terrorizzati dallo scoprire sul tavolo le proprie debolezze, i propri limiti, i propri no. Così il tempo è passato, rinunciando a qualche passeggiata, un buon libro, un centimetro in più nell’altezza dei figli, una ruga che veniva scavata ai lati della bocca. Ci sono stati momenti piacevoli nei quali, ho ritrovato lontanissimi amici con i quali mi impacchettavo nelle cabine telefoniche per dare appuntamento agli altri il sabato pomeriggio. Qualcuno mi ha mandato foto di cose che avevo dimenticato, di persone scomparse, di avventure vissute veramente. Tutto si è appiattito nell’abitudine allo stupore, nel qualunquismo del dolore, nell’assuefazione alla vanità scomposta. Ho vinto e ho perso un’elezione sulla rete. Ho perso l’umanità sulla rete, sono stato sempre sul pezzo nella rete. Un giorno, dopo aver passato a sguazzare nel grottesco dei commenti, nell’analfabetismo come caratteristica vincente, nell’allarmismo bigotto, nella deitalianizzazione dello scritto, ho capito che, quando sarei stato troppo vecchio, non avrei potuto raccontare agli altri cosa avevo fatto in questi ultimi quattordici anni  ma come li avevo passati stando davanti al computer. Ho detto basta, sono uscito senza salutare, ho lasciato i miei mal di stomaco nell’account. Ho deciso di ritornare alle mie pagine sul blog dove ognuno e nessuno è il benvenuto.

domenica 24 novembre 2019

Le colpe dei figli ricadano sui padri



Sono le ore diciotto. Siamo arrivati alla fine di marzo. Ha smesso di piovere da poco e mi trovo in fila, con il mio furgone, all’ingresso del paesotto che per comodità sigleremo per O. Il mio stereo quasi a palla produce vibrazioni profonde nella carrozzeria del mio van, causate dal basso di Jaco Pastorius. Aspetto distrattamente che la fila di auto proceda. Davanti a me uno scooter, guidato da una ragazza, è posizionato sulla destra. Allo scoccare del verde, la fila avanza con un sobbalzo. La ragazza accelera nervosamente ma la strada resa viscida dalla pioggia , fa sbandare il motorino. La ragazza perde il controllo e finisce a terra. Io mi trovo immediatamente dietro e assisto a tutta la scena con un misto di sorpresa e disappunto. La ragazza si rialza ma è visibilmente dispiaciuta. Istintivamente scendo dal furgone per prestarle soccorso. La giovane non ha riportato danni ma piange amaramente guardando lo scooter. Noto subito che la motoretta è nuova fiammante e questo costituisce il motivo del suo pianto. Le chiedo se ha bisogno di aiuto e tento di rialzare il ciclomotore. “Lasci stare quella moto”! Dalle mie spalle odo una voce in tono di comando e uno scalpiccio di tacchi in cuoio. Mi giro. Un ometto, baffi riportino e occhiale di foggia antica, sta correndo verso la scena dell’incidente mentre le altre auto passano oltre, curiosando noiosamente. “La stavo solo aiutan…” Non riesco a finire la frase “ Lei stia zitto!” mi apostrofa il tipo, rivolgendosi alla ragazza “Cosa è successo, signorina”? Il tizio interroga la giovane ma lei piange e riesce solo a bofonchiare qualcosa. Rimango senza parole e non mi rendo conto subito della situazione” Io…”, vengo nuovamente interrotto. “Non l’ho interrogata, deve essere la ragazza a dirmi cosa è successo veramente!”. Poi si rivolge nuovamente a lei “ Su, mi dica, sono un assicuratore”. In questo momento comprendo quale ipotesi, questo ometto, venuto dal nulla, abbia potuto formulare nella sua testa: Io, individuo fuori dall’aspetto standard di persona di cui fidarsi, ho causato la caduta della giovane dallo scooter e ora sto approfittando per  inquinare la scena del sinistro rialzando la suddetta moto e lasciando la giovane al suo destino. Per fortuna, la ragazza ha il buon senso di rispondere al tizio. Discolpandomi completamente. Aspetto invano delle scuse ma ricevo solo le sue spalle. Ho troppa fretta per acchiapparlo per il bavero e insegnarli l’educazione, sono impietrito, non so cosa dire. La scena in sé stessa ha occupato il tempo di un minuto ma le azioni e le intenzioni mi hanno raccontato tutta la vita di quell’uomo e come egli si ponga nei confronti degli altri. Mentre mi rimetto alla guida, allontanandomi, guardo lo specchietto retrovisore per sincerarmi che la ragazza stia bene. L’uomo le è ancora vicino. A questo punto mi viene il dubbio che la mia innocenza possa trasformarsi in una colpa. Quell’uomo, quel piccolo essere dal riporto leccato, potrebbe spingere oltre il limite la sua attitudine a ricercare la situazione nella quale sguazzare, me lo immagino dire alla ragazza: “Mettiamoci d’accordo, io sono assicuratore, posso testimoniare, dichiariamo che quel furgone , con una mossa azzardata, ti ha fatto sbandare e diamo la colpa a quel barbuto con gli orecchini. Secondo me è disonesto già dall’aspetto, forse usa droga e maltratta figli e moglie, forse è un ladro. Vedrai, caveremo soldi dalla sua assicurazione. Si vede dalla faccia quanto sia colpevole geneticamente.” No, la mia mania di persecuzione non può spingersi oltre. Forse sono colpevole veramente, quel tizio ha ragione. Non avrei dovuto fermarmi, avrei dovuto farmi i cazzi miei, perché c’è sempre un assicuratore fermo ad accorrere sulla scena dell’incidente per dare la colpa a qualcuno. Adesso torno indietro e mi invento qualcosa tipo: in effetti l’ho fatta cadere io la ragazza e l’ho minacciata in modo che lei desse la colpa dell’incidente all’asfalto bagnato e alla sua imperizia. L’ho fatto perché avevo fretta, non avevo la patente in regola oppure stavo trasportando della droga ed un contrattempo avrebbe rovinato i miei piani criminosi.
Potrei vedere così, il volto dell’assicuratore illuminarsi, per il fatto che aveva ragione a non fidarsi, perché quelli con il mio aspetto sono tutti dei poco di buono. Avrebbe chiamato i carabinieri per verbalizzare la mia confessione ed essere sempre più convinto che la sua condotta fosse quella giusta. Sarebbe stata la glorificazione della sua faccia schifata quando mi ha apostrofato. Lo vedo, seduto davanti al televisore, vomitare improperi contro il malcostume di quelli come me, con l’aspetto di sovversivi, pronti a sfidare l’ordine costituito in virtù del loro aspetto, gente che non oserebbe mai celare la calvizie come fa lui, sotto un riportino appiccicato sulle tempie con il gel, uomini pronti ad ostentare un’oscena calvizie, una scoppatura eversiva.Per fortuna sono oltre l’incrocio e l’impossibilità di poter fare un’inversione a “u” mi salva dal mio proposito suicida. Immagino l’assicuratore dagli occhiali alla Rick Moranis, tenere sulle sue ginocchia i suoi figli ed insegnar loro i rudimenti della diffidenza verso il prossimo, dell’andare in culo agli altri per avere successo, della sopraffazione, del saper riconoscere l’abominio da un abito, un pelo fuori posto, una maglia peccaminosa, una scarpa pornografica. L’assicuratore è un Tognazzi in un episodio di un film di Risi: “Educazione sentimentale”. All’improvviso, il suo volto mi riconduce alla sua prole! Sì, io conosco i suoi figli, in particolar modo una, la quale ha intrapreso una carriera politica con i mezzi più squallidi. Come riavvolgessi un nastro, tutto diventa più coerente con quello che conosco di questa persona quasi che, conoscendo la sua progenie, avessi dovuto prevedere il comportamento del padre. Se avessi avuto più spirito e più memoria, avrei potuto girarmi, dopo l’incidente e prevedere, dal rumore dei suoi passi e dal suo riporto, quello che mi avrebbe detto. Lo avrei dovuto anticipare, urlando: “So chi è sua figlia quindi lei ora mi dirà delle cose di merda!” Sarebbe rimasto basito, muto, in mezzo alla strada, distrutto da una verità la quale invece si è tramutata in menzogna nei miei confronti. La colpa di un figlio sarebbe potuta ricadere, per la prima volta, sul padre.

mercoledì 9 ottobre 2019

La settimana delle uova


Essere dei poveri, di questi tempi, è un lusso proprio di coloro che vogliono provare il brivido della caducità. Non si tratta di essere poveri come nei quadri del verismo dove, madri morenti allattano al seno bimbi smunti, mentre il padre, alla porta della baracca, si attacca impudicamente ad un fiasco di vino. Oggi la povertà ha un suo stile, possiede linguaggi, che possono essere utilizzati a proprio favore, trasformando un povero vero, in un uomo assolutamente anonimo all’interno di un gruppo, nell’illusione di condividere lo stesso tenore di vita. In questo tempo sospeso, tra gli altri, un povero come me, si muove, sfruttando al massimo tutte le risorse che ha perché la sua sciatteria sia considerata un atteggiamento neodandista, talmente portato all’estremo da risultare invidiato da persone facoltose ma prive di qualsiasi qualità umana. Ho fatto il classico, questo può deporre a mio favore quando si tratta di ricordare passaggi di testi classici, da recitare rigorosamente in greco antico. La cosa non funziona quando vado al cementificio perché, in genere, il mio interlocutore, un magazziniere con l’occhio iniettato di sangue per l’abuso di pessimo vino da discount, preferisce vantarsi del suo novissimo calendario da camionista nel quale, la pratica della depilazione femminile, è cosa misconosciuta. Per mimetizzare le povertà, con gli altri, si può ricorrere alla boutique cinese. Basta acquistare svariati capi, per pochi euro. Si otterrà, dopo qualche tempo, la possibilità di sfoggiare indumenti sempre diversi ma si riempirà l’armadio di inutile ciarpame il quale, a causa del pessimo tessuto, anche dopo lavato, continuerà a puzzare di calzini sudati. Le caratteristiche dei locali, oggi, fanno sì che io possa rimanere fuori da essi, per ore, senza per questo consumare nulla, approfittando per chiacchierare con qualche amico. L’importante è che la gente mi veda. Tuttavia, è in casa, che la povertà non può essere nascosta. Il frigorifero è la bocca della verità, che si spalanca impietosa, su di me e sui miei familiari, ogni volta che le finanze languono. Le prime cose che si notano, nel frigorifero del povero, sono due mele rinsecchite e mezzo limone, nello scompartimento frutta. Di seguito, sullo sportello, alcuni barattoli smezzati, dalla maionese ad un recipiente nel quale, l’ultima alice è pietrificata nell’olio addensato e giallastro. Su tutto, la cosa più importante: le uova.
 Questo alimento può rappresentare la salvezza per una famiglia di quattro persone, quando viene gestito in larghezza come nel caso di una frittata. Non importa lo spessore, la cosa essenziale è l’estensione dello spicchio spettante ad ogni commensale. E’ dimostrato, infatti, che l’occhio riesce ad inviare la sensazione di sazietà allo stomaco, quando viene ingannato. Se nel frigo c’è un cespo di lattuga, il piatto è pieno.

domenica 15 settembre 2019

La faccia di Roma



Era da tanto che non visitavo Roma con questi occhi. Anni fa, quando la città era completamente diversa eppure immota con la sua immagine di un’isola delle meraviglie, ad ogni angolo, tra una foglia scolpita da Borromini ed una bottega polverosa, si potevano ascoltare le voci schiette dei pizzicagnoli. Tutto mi sembrava perfetto per i miei diciott’anni che poi sono diventati venti, ventiquattro, ventotto. In quegli anni di gioventù, ogni volta che visitavo la città, cercavo le mie bolle di felicità, percorrendo i vicoli, fotografando le facciate barocche, rifugiandomi tra le colonne di San Pietro, passeggiando a sera lungo il Tevere, commuovendomi come un vecchio nei tramonti di Villa Borghese. Una metropoli di campagna nella quale perdersi , dove non eri nessuno e per questo potevi diventare qualcuno. In questi trentacinque anni di continuo prendersi e lasciarsi, l’ultimo incontro fu pieno di emozioni e sofferenze allo stesso tempo. Era un Capodanno piovoso: lo trascorremmo tra una mostra di Caravaggio e i luoghi di una città totalmente trasformata da una antropizzazione multietnica e alienante. Roma mi appariva proprio come un’opera di un’artista in cerca di segni e simboli. Dove erano i miei vicoli pieni di voci dalle botteghe, dai portoni tarlati, dalle vespette attaccate ad un palo con la catena? Una sola cosa mi rimaneva ancora: i campanili alti che si stagliavano da una folla eterna di cerulei turisti, di filippini che ti volevano appioppare ombrellini inutilizzabili e rose, l’odore di cipolla come in qualsiasi posto del mondo e i sacchi di riso per le famiglie numerose. L’altro ieri ci sono tornato, dopo tanto tempo. Questa volta i monumenti li ho lasciati stare. Incomincio ad essere vecchio per commuovermi davanti a pietre disposte in modo regolare. Ho voluto osservare le persone. Gente che si muove lungo le strade, che scende le scale, uomini e donne che aspettano un mezzo pubblico. Nei segni del tempo sulle guance, nelle rughe della fronte, negli occhi , si possono ascoltare le storie di una città. Ho scoperto un’altra Roma, quella
 dei colori diversi, dei linguaggi più incomprensibili. Mi sono perso nello sguardo degli indiani con le buste della spesa che tornavano a casa, seduti nella metro, dei senegalesi vestiti come dei rapper, dei pakistani nelle fritterie, dei filippini che parlavano quattro lingue mentre servivano in pizzeria. Roma è il centro del mondo perché il mondo sta dentro Roma. Ho immaginato la stessa scena qualche millennio fa, quando la città era la capitale dell’Impero e moltitudini di uomini da tutte le terre conosciute, giravano per le sue strade in una Babele di lingua e costumi. I veli cobalto che incorniciavano i volti delle donne indiane sono gli stessi che scendono da un autobus di linea. Nei quartieri ottocenteschi dove le fontane funzionano ancora, gli atrii dei palazzoni, ospitano accademie, fondazioni, famiglie borghesi con il terrazzino pieno di rose. Al piano terra i parrucchieri cinesi accolgono chiassosi ragazzi di colore. Il sole taglia le chiome degli alti platani mentre i vecchi portano i cani a spasso e le badanti polacche spingono pesanti portoni. Su tutto rimarrà un’immagine, quella sì commovente: la piccola donna di servizio messicana, seduta davanti a me sull’88. Da un cellulare con il vetro rotto, guarda sorridendo le foto del nipotino lasciato dall’altra parte dell’oceano, il quale avrà un futuro grazie anche a questa nonna che lavora, instancabile, nella casa di una famiglia romana. Nei suoi occhi forse ho visto il Dio che non conosco ma è più forte di qualsiasi odio per lo straniero.

martedì 21 maggio 2019

Born to be coglione



Lo sguardo perso tra un Oscar Giannino al quale abbiano ammazzato il gatto e l’espressione di Austin Powers mentre guarda Madonna che canta “Beautiful stranger”. La stagione non decolla.  In attesa che qualcuno venga a dirmi che il furgone funziona e di non preoccuparmi che tanto “ i soldi per la bolletta sono nel cassetto della scrivania”. No, non ci sono riuscito, in cinquant’anni a diventare una persona seria. A patto che ci si metta d’accordo sull’accezione del termine. Gli amici mi dicono di scrivere: non ci fu persona più indisciplinata di me nel buttare al vento questa possibilità, visto che riesco a scrivere un racconto da capo a piedi in solo venti minuti, salvo poi perdere il resto del tempo libero a disposizione, smanettando sui siti di silver porn. Altri miei simili, totalmente privi di talento ma disposti a tenere il sedere attaccato sulla sedia della scrivania per ore, costruiscono fame e fortune per le quali varrebbe la pena mandare affanculo le fabbrichette nelle quali lavorano. Io non sono mai riuscito a disintossicarmi dal libro più importante della mia vita: “Martin Eden” di Jack London. Ho perseguito, con estrema caparbietà, le strade dei bassifondi e dei lavori umilianti, pensando che questa sorta di espiazione ascetica, avrebbe contribuito ad intagliare la grezza scorza del mio io letterario, fino a ricavarne un puro diamante. La storia finisce male perché Eden e London scompariranno nel grande nulla dei loro suicidi, una volta presa coscienza che più di così non si possa. Qui siamo ancora all’anno mille, tra una fogna da sturare e l’attesa di qualcuno che venga a caricare i tuoi bidoni vuoti. Allora ti adatti, al romanzo per anziani, mentre moriture lettrici lasciano sale ricche di quadri romantici, perché il pannolone è ormai pieno e la dentiera si è staccata. Confido ancora che qualcuno venga a dirmi in faccia che è meglio lasciar perdere, perché i sogni hanno una loro scadenza come il latte della centrale e bisogna capire il momento della ritirata prima che tutto diventi stracchino. Praticare l’arte del coglione consente di passare indenne attraverso le crisi del padre non più giovane il quale, benevolmente, si bea dei piccoli complimenti paraculi, fatti dalla prole, il tutto per vedersi estorcere fine settimane a scopacchiare con fidanzati e affini. Articoli dentro periodici locali tra la ricetta del porco in umido e le notizie sul calcio a cinque dei finanzieri in pensione. Essendo tristemente esaurito il filone della politica locale, il  tentativo è stato quello di passare agli editoriali sui grandi temi della vita o la bellezza delle aiuole. La pletora dei concorsi letterari diviene l’ultima spiaggia sulla quale approdare per dare una spennellata all’autostima, contendendo le semifinali al bancario in pensione che si è fatto raccontare le storie dal vicino bersagliere nella campagna di Russia. In premio, al vincitore, una targa in silver plated, raffigurante una veduta di Posillipo vecchia ed uno scatolone di pasta senza glutine. MI chiedo quale senso abbia scrivere se non ho le pene d’amore o so non partecipo, con sdegno, alla lotta proletaria, contro un imprecisato pericolo che mette duramente a rischio i diritti del varano di Comodo. Provo a scrivere lettere minatorie conto terzi, stando attento a ritagliare dai quotidiani, le lettere da incollare con la coccoina. Anche lo stile nei preventivi mi sta abbandonando. Anni fa, nell’innamoramento dell’edilizia, ero all’elenco dovizioso e particolareggiato di materiali e lavorazione, illudendomi che il cliente avrebbe apprezzato. Oggi, sono una frase mi rende contento: “non si fa credito a nessuno”. Non più.

sabato 6 aprile 2019

Il cavaliere rosso


La prima memoria che ho di un oggetto a ruote è di un ciuchino di plastica rosso con le orecchie che si giravano. Il giochino che dovevo spingere con i piedi, mi consentiva grandi avventure lungo il corridoio dell’appartamento in via Ronchi a Milano. Non era facile, a quell’epoca avevo due o tre anni. Il problema era dato dal fatto che fosse consuetudine per le brave padrone di casa, passare la cera sul lugubre pavimento di marmo e questo impediva il giusto grip che mi consentisse di darmi una spinta sufficiente. Mia zia e mia madre, un giorno, si divertirono a vestirmi con una ridicola cuffietta che mi faceva sembrare uno di quei cicciobelli da collezione. Avevo dei lacrimoni incredibili. Fu quella l’occasione per fotografarmi in quella tenuta che mi avrebbe lasciato un trauma per il resto della mia vita insieme a un desiderio represso di fare la drag queen. Le orecchie di quel cavallo fungevano da calmante per il dolore causato dai miei denti che crescevano in modo disordinato. Le masticai fino a scolorirle. Tuttavia l’asinello fu un buon inizio. La sorpresa maggiore si presentò quando ci trasferimmo in un appartamento al piano terra, sempre nella stessa via. L’appartamento aveva un giardino, nel quale era piantata una bellissima magnolia. Il piccolo pezzo di terra, relativamente spoglio si affacciava direttamente sul marciapiede e sulla strada. Andavo ancora all’asilo e, in quel periodo, mio padre aveva acquistato un maggiolino rosso. Una sera i miei genitori si presentarono a casa con uno scatolone enorme. Figuratevi il mio stupore quando, aperto il contenitore, vidi quella bellissima replica della macchina di papà, dotata di un paio di pedali di ferro. Quello che diede da pensare ai miei familiari fu che, passati i primi attimi di gioia, riversai la mia attenzione verso lo scatolone, lasciando perdere per una decina di giorni il contenuto. Della macchinina non me ne fregava niente. Volevo inventarmi le avventure più incredibili in quello scatolone. Mi sono sempre chiesto cosa mi passasse per la testa: preferire in contenitore al contenuto. La scelta, cosa che ho realizzato dopo tanto tempo, non fu dettata dalla superficialità tipica di un atteggiamento infantile ma dallo scoprire le potenzialità creative dello scatolone: con quel coso a forma di cubo inventai le migliore avventure che un bimbo solo, nella sua cameretta, di pomeriggio, avrebbe potuto inventare. Una nave, un castello, un rifugio, un fortino. Un oggetto che nella sua essenzialità era potenzialmente trasformabile in tante cose. Scesi nuovamente sul piano terra quando mio nonno acquistò per me la prima bicicletta: era una Graziella blu con un paio di rotelline grigie. Rimasi sconcertato che fosse piegata in due, in seguito scoprì che si poteva congiungere tramite una cerniera al centro del telaio. Scorazzavo intorno alla palazzina del Torrione a L’Aquila, insieme ai miei amici dell’estate: Patrizio, Stefano, Cesare e Mauro. Fino a quella sera quando, levate le rotelline laterali, dopo vari tentativi, riuscì a pedalare tenendomi in equilibrio. Capì che era iniziato qualcosa d'importante per me nel momento in cui, per l’emozione, un piccolo rivolo caldo mi scese lungo una gamba..

giovedì 14 marzo 2019

La nuotata del bradipo


Ho sempre avuto una sorta di trasporto per due animali in particolare: l’elefante e l’asino. L’elefante è l’animale che più di tutti rappresenta per me, il tempo. L’asino invece ha un valore affettivo. Sull’asino rivedo i miei bisnonni e l’origine della mia famiglia. Quando vedo un ciuco provo una sorta di raptus. Se sono in macchina o in bici, devo fermarmi. Nel caso di questi due animali, il mio corpo si comporta stranamente: mi estraneo dal contesto, sono tutto concentrato sull’animale. Nulla è più importante del cercare un contatto. Per l’asino è facile: ultimamente molte case di campagna hanno iniziato ad averne uno. Incontrare un elefante è più complicato, l’ultimo l’ho visto allo zoo di Napoli e non era per nulla contento della sua condizione. In ogni caso, ho provato a cercare delle ragioni per le quali io sarei così attratto da queste bestie. Non ho nulla che mi accomuna nell’atteggiamento e nel carattere. Solo di recente ho trovato un quadrupede che ha cambiato il mio modo di pensare nel profondo: il bradipo. Mentre facevo dello zapping, ho trovato un documentario che parlava delle grandi città del sud America, così vicine alle foreste e di come, talvolta, la fauna selvatica, potesse occupare alcuni territori fortemente antropizzati, subendone le conseguenze. Si parlava appunto del bradipo e di una associazione che li salva, quando attraversano, a rischio della vita, delle strade fortemente trafficate. 
Chi ha visto un bradipo conosce la sua proverbiale lentezza e l’impossibilità di reagire velocemente ai pericoli imminenti. Il bradipo è una sorta di drugo, che vive la sua dimensione di animale lento e assolutamente vulnerabile. Qualsiasi altro essere vivente , nei millenni, avrebbe potuto trasformare le sue debolezze, per istinto di sopravvivenza. Il bradipo no. Quello che mi ha colpito di più, nel documentario, è stata una ripresa fatta dal fondo di un fiume impetuoso, di un bradipo che nuotava da una sponda all’altra. Sono rimasto estasiato dall’eleganza distaccata delle sue bracciate lentissime, con queste zampe dotate di unghie enormi. Il bradipo era totalmente impermeabile all’urgenza del cercare una salvezza. Nuotava quasi al rallentatore con una regolarità ed una calma, dovuta alla sua natura di animale quasi rassegnato ad una probabile sconfitta da parte degli elementi naturali. Non c’era alcuna urgenza: l’animale era cosciente della sua essenza di essere indifeso e ostinatamente praticava la lentezza come inevitabile, un piacere nel lasciarsi andare a qualsiasi destino gli si sarebbe prospettato con quella condotta al limite dell’inerzia. La nuotata di quel bradipo somigli alla mia vita: ho deciso che gli sforzi, gli affanni non siano utili se la nostra natura non è destinata a sopportare determinati ritmi. Così nuoto nel fiume in piena, sperando di cogliere il meglio nella lentezza, nella pausa che mi permette di osservare piccoli cambiamenti del cielo o il sapore di un vino fresco da bere. Se suona il telefono e ho appena acceso un sigaro, preferisco gustare la prima boccata piuttosto che rispondere. Voglio sentire l’umido della sera, quando vado a correre magari rallentando il mio passo, lasciando che la corsa sia solo il contorno di un momento da ricordare. Lavoro passando il pennello una volta in più, quando la vernice fa rumore sul muro e colore riempie la parete. Come il bradipo sull’albero, resto aggrappato a questa vita, intuendo che non sarà ancora per molto. Tuttavia voglio tagliare i miei giorni a fondo come si fa con un cocomero ghiacciato pregustandone il sapore, nel momento in cui le labbra si stringono sulla polpa.