venerdì 3 febbraio 2017

Il Grande bianco



Velia stava seduta sul mucchio di pietra solitario, al centro del grande stazzo, vicino a Beffi.  Si muoveva con prudenza, in quella primavera del 51’, aspettava un bambino. Non importava se maschio o femmina, l’importante era che Antonino non sarebbe andato a lavorare fuori dalla provincia, per stare vicino a lei, almeno il giorno del parto. La donna era lì, sotto al sole, Antonino era andato a prendere un po’ d’acqua da bere, in attesa della Littorina che li avrebbe riportati a L’Aquila. Dal vecchio rudere vicino udirono dei guaiti. Velia vinse la riluttanza del marito e si avvicinò al vecchio capanno. Accanto al corpo di una femmina di pastore abruzzese morente, c’era un cuccioletto in cerca del seno della madre. Velia si commosse ed il suo pensiero si rivolse immediatamente alla creatura che aveva in grembo: “Se anch’io morissi, cosa succederebbe a mio figlio?”. A sera sul treno verso L’Aquila, il suo grosso cesto di vimini nascondeva le vivande ed il piccolo cucciolo addormentato. Gli inquilini del casolare sotto la Stazione alla Rivera, dissero che quel cane lì non ci poteva stare. Antonino, decise di portarlo dall’amico, che aveva un orto proprio sotto il fiume Aterno. Lui e Velia andavano spesso a trovare il cucciolo ed il cane ricambiava le loro attenzioni con affetto smisurato, soprattutto nei confronti di lei. Si avvicinava a Velia e posava delicatamente il testone sulla pancia quasi percepisse la presenza di una piccola vita. In autunno Antonino e Velia si trasferirono su in città, il parto era imminente e decisero, a malincuore, che il cane non sarebbe venuto insieme a loro. Il cucciolone era lì, ogni giorno, vicino al cancello ed aspettava invano l’arrivo di Velia per poterle mettere la sua testa nel suo grembo. La piccola Rosaria nacque. Fu un parto difficile. La bambina fu estratta con il forcipe e l’operazione le causò danni permanenti alla vista. L’ortolano li venne a trovare in Ospedale e raccontò ai due genitori un fatto strano: il cane, proprio il giorno della nascita della bambina, aveva iniziato ad ululare ininterrottamente per tutto il giorno.
Quando la piccola Rosaria fu in grado di camminare, Antonino pensò bene di scendere verso l’Aterno per andare a trovare il cane, che ormai era diventato un enorme pastore, candido come la neve del Gran sasso.
All’inizio la piccola Rosaria, la quale, al cospetto dell’animale, appariva minuscola, era intimidita da quell’essere gigantesco le girava intorno scodinzolando. Lo stupore di Antonino e dell’ortolano fu grande quando, approfittando di un momento di distrazione dei due uomini, il cane si avvicinò alla bambina e si gettò a pancia all’aria, per farsi coccolare, tra le risate argentine di Rosaria…

1955. Nevicò per quasi dieci giorni. Non era stato un dicembre freddo, quello. Tutto lasciava presagire ad un inverno come gli altri. Qualche fiocco, ma niente a cui la popolazione aquilana non fosse abituata. Rosaria, guardava la neve, scendere dalla finestra della camera, con le gambe poggiate contro il termosifone, scaldato dalla grande caldaia a cherosene. Sulla rosa canina , che formava una tettoia naturale, tra il muro della casa ed il recinto vicino la strada, si posavano i grandi fiocchi. La neve faceva contrasto con il grande muro della caserma degli alpini di fronte. “Quando torna papà?” si girava verso la madre china sull’uncinetto, seduta accanto a lei. Rosaria non aveva ancora cinque anni e già portava dei pesanti occhialoni da vista. Era una bimba precoce e già leggeva qualche parolina. Si divertiva, con il suo atlante, a ripetere a memoria tutte le capitali degli stati del mondo. Non era stata bene Rosaria. Soffriva di frequenti ed abbondanti epistassi e questo preoccupava molto Antonino. Cresciute le altre tre sorelle, era Laura l’ultima nata da Osvalda, a prendersi cura ed a giocare con Rosaria. L’aspetto indifeso della bambina ed il fatto che fosse la minore, faceva rivivere a Laura il momento in cui lei aveva perso sua madre e di quanto lei fosse piccola in quel periodo. Passò Gennaio. Il freddo si fece molto intenso ed il riscaldamento non bastava a mantenere una temperatura soddisfacente in casa. Le ragazze si scaldavano avvolgendo la borsa dell’acqua calda nelle coperte, oppure facendosi scaldare un mattone e mettendolo sotto le lenzuola. Poi arrivò quella nevicata. Il quartiere si trovava sotto le propaggini del Gran Sasso e la casa di Antonino era una delle ultime case popolari prima della campagna aperta. La neve superò presto il metro e mezzo. In quelle condizioni era difficile persino uscire di casa. L’ultima notte, Rosaria iniziò a sanguinare dal naso. Un fiotto inarrestabile, continuo. La neve cadeva sempre più abbondante, altissima, una muraglia. Nel silenzio, ovattato della neve cadente, all’improvviso, ululati. Antonino si fermò ad ascoltare, poi aprì la finestra della cucina: lupi!
Erano scesi, spinti dalla fame ed ora si trovavano a poche centinaia di metri dal quartiere. Rosaria peggiorava. Bisognava fare in fretta. Antonino vestì la bambina, la avvolse in una coperta ed uscì. La strada fino al Torrione ed all’incrocio era una distesa bianca. Sarebbe stato difficile camminare sulla neve fresca,  non battuta per almeno tre km, fino alla fontana luminosa e poi, da lì, fino all’Ospedale. I lupi sembravano vicini od era la paura, la solita paura di Antonino, quella che lo aveva salvato tante volte? In realtà, tra la neve non c’era nulla. Quegli ululati li aveva sentiti solo lui. I lupi era i demoni, i demoni che bussavano alla porta, quando la bambina stava male, oppure quando compariva nel sonno il volto di sua moglie Osvalda. Antonino, riuscì a cacciare le vecchie racchette da neve dalla cantina e si incamminò. Avvolse la piccola Rosaria in una pesante coperta di lana ed inizio ad inoltrarsi nella muraglia di neve fresca che lo separava dall’Ospedale. Stava salendo la strada che costeggiava il castello quando, delle ombre veloci lo circondarono. I lupi avevano seguito le sue tracce ed ora i loro occhi brillavano come fiamme nella notte biancastra. Ringhiavano, erano pronti ad attaccare per saziare la loro fame. Tonio stringeva Rosaria al petto. Giurò che avrebbe venduta cara la pelle, prima di cedersi alle fauci di quei predatori. All’improvviso, dal nulla, un enorme pastore abruzzese, si avventò contro le bestie, ingaggiando una sanguinaria lotta contro il capobranco. Antonino guardava, paralizzato dalla paura. Il cane riuscì mettere i lupi in fuga. Si avvicinò, il manto bianco inzuppato di sangue, al piccolo fagotto che Antonino stringeva a sé. Strofinò delicatamente il suo muso sul corpicino tremante di Rosaria quindi si girò e scomparve nella tormenta. Antonio arrivò in Ospedale a notte fonda. La bambina era quasi congelata, ma questo aveva bloccato in parte l’epistassi. Giorni dopo, Antonino scese al rione Rivera, per andare a trovare il suo cane. Non c’era più.

sabato 2 gennaio 2016

Il Panettone di Don Rocco.



Il panettone troneggiava sul piccolo piedistallo di porcellana finissima,  nella vetrina  dell’Antica Pasticceria Fratelli Cenci. Tutti i paesani si fermavano a guardare quella meraviglia. Uno zuccotto bronzeo, tenuto stretto da una carta decorata in motivi natalizi. Anche Don Rocco Mariotti, il medico del paese ,tornando dall’ambulatorio, si bloccò, attratto da quello visione Il dottore diede un tiro al suo mezzo toscano, alzando il sopracciglio sinistro. Sì, era proprio un bel dolce. Non i soliti dolci che la moglie Ida usava preparare sotto le feste. Quel panettone lo aveva già visto, in televisione, nelle pubblicità del Carosello, al bar, quando tutto il paese si riuniva per vedere Mike Bongiorno.   “Essè, lu galiuppe!” esclamava il barista. Tutti i presenti favoleggiavano sulla bontà di quel panettone che il comico piemontese brandiva, nello sketch in bianco e nero. “ Ci stanno pure i canditi dentro!” diceva Pasquale la “Chi Chi”, lo stupido del paese “Me lo ha detto il mio compare, che sta a Milano!”. Don Rocco aveva deciso: doveva avere quel dolce per Natale. Dall’altra parte della vetrina, Nonna Adele, continuava a prendersela con il marito. “Possibile? A momenti arriviamo sulla luna e siamo costretti ad andare in bagno, sotto in cantina?” Il Cavalier Pietro Cenci, titolare della blasonata pasticceria, ormai rimasto solo al comando, dopo la morte del fratello, ascoltava quella tiritera da qualche mese a questa parte. “Adè, il balcone della camera da letto, già lo abbiamo chiuso con la vetrata, il lavandino ci sta. Manca solo la tazza; vedrai, prima di Natale arriva e la montiamo giusto in tempo per le feste!” Ma Adele non volle sentire ragione. Costrinse  Pietro ad andare a sollecitare Terenzio, proprietario della bottega “Merce Varia”, una sorta di magazzino, allestito in un vecchio fondaco, dove si poteva trovare di tutto, dai mattoni alle olive in salamoia. “Cavaliè, purtroppo i cessi buoni non mi sono arrivati, il Trigno ha straripato ed il camion che veniva da Vasto è rimasto in panne. C’ho qualche tazza, ma è di quelle di pessima qualità: una porcellana sottile che sembra la carta velina. Va bene per il bagno della stalla ma, per una casa no.” Il Cavalier Cenci mostrò tutto il suo disappunto. Poi, dopo aver considerato, le conseguenze di un mancato montaggio del sanitario, sui rapporti coniugali, decise” “ Vabbuò, prendo quello che avete! L’importante è che chistu’ ciesso venga pronto per Natale”. Nel pomeriggio il bagno fu montato per la gioia della famiglia, la quale, tutta al completo, volle presenziare alla “quagliatura” del nobile presidio igienico. La notizia del “montaggio” arrivò perfino al bar del paese, dove qualche temerario espresse forti  dubbi sul fatto che un donnone come Adele avrebbe potuto usufruire del gabinetto lungo e stretto, costruito sul balcone. Donna Adele era stata una bella donna molti anni prima, ma ora… I seni prosperosi, con gli anni ed il lavoro vicino al forno, era diventati delle zavorre pesanti e cadenti, tenute da reggiseni rinforzati. I fianchi mediterranei erano deragliati in un ciambellone di ciccia che contrastava la gravità solo grazie alle “panziere” di lana marrone.  Quello che impressionava di più era l’enorme sederone, cresciuto negli anni a forza di assaggiare dolci. Le uniche vestigia di gioventù erano le gambe: snelle nervose, dalla caviglia sottile, miracolosamente scampate a questo naufragio corporale. I nipoti la chiamavano “Nonna Tacchina” perché, sembrava proprio un volatile da cortile. La sera della Vigilia, Donna Adele e il Cav. Pietro erano stati fino a tardi in pasticceria a preparare le ordinazioni per il pranzo del giorno dopo. Don Rocco era passato ad ordinare il panettone, raccomandando di impacchettarlo in una confezione, da poter ostentare a tavola, per l’invidia dei parenti. I coniugi Cenci andarono alla messa di Natale in fretta e furia. Donna Adele commise l’imprudenza di coprirsi poco.  Quella notte di Natale fu particolarmente fredda.  Tutti dormivano. Tutti tranne Adele. La temperatura e la fatica avevano risvegliato le sue coliche intestinali. Si rigirava nel letto in preda ai dolori. Il marito non si accorse di nulla, tanto era sotterrato dal rantolio profondo del suo russare. Adele non ce la faceva più. Una fitta più dolorosa delle altre , la fece scattare dal letto. Non poteva fare in tempo ad arrivare fino al bagno del piano terra. Aprì, la porta del balcone, sollevando velocemente la vestaglia. Dondolando, si lasciò cadere sulla tazza. Il rumore del sanitario in frantumi, fu sordo. Subito dopo, un urlo di dolore, intenso, lungo, lancinante, squarciò il silenzio della Santa notte. Il sederone bollente di Adele aveva avuto un effetto dirompente sulla tazza di pessima qualità, ghiacciata a causa del gelo notturno. Il Cav Cenci saltò dal letto. La scena che si trovò di fronte, una volta entrato nel stretto bagno, superò la sua fantasia: Donna Adele seduta per terra, a culo nudo, sul cumulo di frantumi di coccio. Don Rocco Mariotti ebbe il suo panettone quella notte. Ma non fu quello che aveva visto in vetrina. Fu il sederone di donna Adele sotto i riflettori del suo ambulatorio, sederone dal quale, il dottore, passò tutta la notte a levare, con la pinza, decine di pezzi di porcellana.

venerdì 9 gennaio 2015

Il Fattore Umano




Non era questo, ci
ò che avevate promesso. Ricordo ancora quelle parole, noi, seduti tra i banchi di scuola. Una professoressa occhialuta, di quelle che avevano studiato Kant ed Hegel, solo per scappare dalla durezza di una vita, altrimenti relegata a far da moglie ad un pescatore di una sperduta isola dell’Adriatico. “Ricordate – sentenziava – ciò che conterà nel lavoro dei prossimi anni, sarà il fattore umano!” . Lo diceva a noi, poveri studenti del liceo classico, pieni di brufoli e alquanto arroganti, convinti di frequentare una scuola di elite, di quelle che “aiutano a ragionare”. I genitori rincaravano la dose, ostacolando qualsiasi deviazione dal percorso, tipo frequentare coetanei di istituti professionali. La manualità era bandita, quasi fosse una colpa grave, per un giovane, amare le scintille di una saldatrice o emozionarsi al suono di un motore riparato. La lingua greca avrebbe vinto, ne eravamo tutti convinti. Tutti ad aspettare l’avvento delle nuove stoà, delle agorà, delle piazze ove noi, spiriti illuminati, avremmo vissuto, parlando dell’amor che move il sole e l’altre stelle. Eravamo pronti costruire i ponti con l’aiuto di Cicerone, discutendo di Lucrezio con il capomastro. Questo credevamo e questo ci avete fatto credere. Nel Falansterio, nel Familisterio, dove sarebbero cresciuti amore ed empatia, le moderne fabbriche, liberate dal peso del capitale, sarebbero state produttrici di aretè anche per gli operai più umili. Tutti avrebbero mangiato, avrebbero fatto all’amore, avrebbero vissuto dignitosamente e sarebbero invecchiati aspettando la buona morte con un testo di Italo Calvino fra le mani rugose. La società che ci avevate prospettato, era lì, sotto i nostri occhi ed avrebbe concesso i suoi doni una volta che avessimo conseguito la nostra laurea, da esibire al popolo tutto, come razza eletta. Le prime crepe nel muro le notammo sul finire degli anni ’80 quando, le mura vere crollarono, portando con loro polvere e macerie e liberando i demoni chiuse nelle segrete dei popoli costretti ad impossibili convivenze. Così, ci siamo trascinati, ventenni e poi trentenni, alla ricerca di questo fattore umano, quasi fosse un santo Graal, tra le pulizie etniche, uomini barbuti con i turbanti, segretari di partito pigliatutto ed organizzazioni criminali con pulsioni da finanza creativa. Sono arrivati i quarant’anni e molti di noi hanno rinunciato. Alcuni hanno capito il meccanismo ed ora ci guardano dalle loro scrivanie con la lampada verde, dagli sportelli dei Suv con gli sci dell’ultima vacanza a Cortina, dai banchi di una chiesa durante il tempo libero. Noi siamo ancora qui a chiederci il significato di quelle parole rivolte a noi studenti perché avessimo fiducia nel futuro, nell’avvento della società dei giusti, noi, a bocca spalancata nell’udire le meraviglie prospettate dalla nostra professoressa…cara professoressa…non potevi farti i cazzi tuoi?

giovedì 25 settembre 2014

Pissin' in a bottle



Non parlo mai del mio lavoro. Non c’è niente di speciale, in fondo. E’ un ‘attività che ho intrapreso, agli inizi per divertimento e per tirar fuori qualche soldo che mi consentisse di tirare avanti, nell’attesa della laurea. Con gli anni si è sostituito alle mie ambizioni da architetto, per assumere un ruolo centrale nel sostentamento della famiglia che si stava formando. E’ stato facile iniziare come ho fatto io. Una scala, due pennelli, pinza e martello e la voglia di imbrattarsi di vernice. Poi è arrivata la fase “professionale”, quella in cui si seguono corsi, si prende la partita Iva, si va in banca a chiedere prestiti per il furgone, per i trapani, per i trabattelli, per saldare i fornitori. Ho pagato personalmente gli errori, imparando da essi, continuando a sbagliare. Mi piaceva il mio lavoro. E’ un po’ come un’amante. Dapprima la passione, l’applicazione, la dedizione, poi la routine, il lavorare di “mestiere”. Ora questa attività mi procura amarezze. Non è più ciò che speravo. Paradossalmente, all’esperienza, la quale mi permette di essere “efficace” più che “efficiente” , non corrisponde un miglior tenore di vita, anzi.  Ora che riesco a fare le cose a "regola d'arte", senza quegli sforzi che mi tenevano in cantiere fino alla domenica, qualche anno fa, sento che c’è il vuoto. L’unica cosa che vivo con piacere, del mio lavoro, è la possibilità di entrare nell’animo dei miei clienti, di studiarne, la psicologia, le nevrosi, i gusti, talvolta anche i piccoli drammi familiari. Negli oggetti posati sugli scaffali, nei quadri, nelle piccole cose sistemate in cucina, nella disposizione dei letti, leggo la vita delle persone. Niente è più rivelatore dell’intimità umana, quanto ciò che è contenuto in un appartamento. Spesso maledico la mia sorte quando, realizzo cose stupende, le quali non potrò mai replicare in una casa mia, perché vivo in affitto. In questo senso, la mia amarezza sale in proporzione alla  qualità di ciò che mi viene richiesto e di cui non godrò mai i frutti. A parte qualche foto, sono costretto a rimuovere dalla mia memoria il senso di compiuto , di fresco, di comodo, di bello, ogni volta che riconsegno un appartamento o vedo il sorriso sul volto dei miei clienti. A volte ci sono problemi. Se è vero che riesco a decifrare la psicologia di chi mi commissiona un lavoro,  ogni lavoro allo stesso tempo,  mette a nudo i miei limiti e mi indica cosa posso e so fare e cosa non riesco a fare bene. Quello che riuscirò a ricordare veramente, di ciò che ho creato, prima di lasciare questa terra,  sarà la quantità di bottiglie piene di urina di cui ho disseminato i cantieri, nel corso degli ultimi venti anni. Non è un sorta di turba sessuale od una pratica feticista: è pura necessità. Mi è capitato di lavorare in cantieri nei quali non fosse possibile usufruire dei servizi igienici, per molte ragioni: sia perché i sanitari non erano ancora stati montati, sia perché si trattava di case isolate. Tuttavia una volta si è presentata una situazione differente. Ho esaminato superficialmente il cliente, scambiando la sua ossessività per zelo. Sbagliavo. Si è trattato di una casalinga con manie igieniste e nevrosi compulsive. I nodi sono venuti al pettine, alla prima richiesta di poter usufruire delle “infrastrutture igieniche”, la signora, con piglio fermio e deciso, mi ha negato la possibilità di accesso alle “facilities” , senza addurre motivazioni plausibili. Non esistendo pubblici esercizi nelle vicinanze e lavorando in altra città, ho tentato di “contenere” il problema il più possibile ma, solo una voce insistente ha iniziato a prendere corpo nella mia mente: quella di mia nonna. Nonna è stata per decenni una “stitica” da record ma una cosa spesso mi diceva: “ se non cachi, cacherai, ma se non pisci, creperai”. Così ho deciso. Dovendo eseguire lavori per un mese in quell’appartamento, senza inimicarmi i proprietari e senza potermi allontanare dal luogo di lavoro, ho iniziato a pisciare regolarmente nelle bottiglie dell’acqua minerale, dopo averle bevute. Risultato alla consegna dei lavori e dell’assegno da parte della signora, dodici bottiglie da un litro e mezzo di urina di pittore. Alle vive proteste del cliente, ho risposto con una sola frase: quella che mi ripeteva nonna Velia.

venerdì 29 novembre 2013

L'ultimo bicchiere



L’uomo tirò fuori dalla sacca sgualcita, un cartoccio dalla forma allungata. Il terrazzo che si affacciava sulla grande piazza era illuminato dal sole filtrato dalle nubi grigie dei palazzi in fiamme. Una nebbia giallastra sul lastrico sottostante, avvolgeva le carcasse delle auto e le carlinghe degli aerei anneriti dalle esplosioni. – Ti aspettavo- disse al suo ospite – E’ la nostra ultima occasione per stare insieme-. Preparò il tavolino ottenuto da una portiera di una utilitaria. Sulla catasta di legna ardente, stava un pentolone malconcio. Il liquido nella tanica bolliva , lasciando trasparire tranci di carne, il cui odore copriva a sprazzi le mefitiche esalazioni dei fuochi sottostanti. L’uomo si alzò per andare a girare , con amorevole attenzione il bollente intingolo. Mancava solo un’ora e tutto sarebbe finito, per tutti. Ma l’uomo aveva calcolato i tempi di cottura. Il suo ospite di spalle non si muoveva, come aspettasse solo il momento di mangiare. Da lontano si udivano le esplosioni ed il cielo era tagliato dagli aerei che precipitavano al suolo con schianti fragorosi. I due esseri guardavano quello che accadeva con indifferenza sorprendente, tornando subito a porre la loro attenzione sulla pentola che bolliva. Da una radiolina giungevano le voci dei cronisti i quali descrivevano le scene apocalittiche con voci congestionate dalla disperazione, per coloro che erano rimasti. No, non c’era più nessuno. I pochi superstiti, girovagano tra le macerie di quelle che erano state fino a poco tempo prima le loro città.  Nel cielo le astronavi stavano abbattendo i pochi aerei rimasti. Tra qualche ora tutto sul pianeta terra sarebbe cambiato. L’uomo, ultimo superstite della sua razza, aveva di fronte il primo essere che avrebbe sostituito i terrestri, ma sembrava non preoccuparsi della sua sorte. Tenendo stretto il suo cartoccio, continuava a girare il sugo. –Vedi- disse  – era l’ultima lepre che correva libera nel prato vicino la mia vigna. Avevo un solo colpo nel fucile. Ho preferito usarlo per lei piuttosto che per uno di voi, altrimenti non mi avreste mai preso-. L’ospite emise un grugnito metallico. – Ma questo ti farà peggio della mia pallottola – lo interruppe l’uomo. L’ospite si irrigidì: dai monti all’orizzonte, il grosso fungo si alzò nel cielo, lento, enorme. – Abbiamo mezz’ora prima che le radiazioni arrivino fino qui, passami il piatto- L’ospite tese una mano artigliata. L’uomo iniziò a posare i pezzi di carne ancora fumanti, bagnandoli con il sugo. – stai attento perché scotta- avvertì il suo ospite. Poi con un gesto ieratico, scoprì quello che il cartoccio nascondeva: una bottiglia di vetro verdastro. – Porgimi il tuo bicchiere- disse. Il gorgoglio, del liquido violaceo, sembrò per un attimo zittire le esplosioni lontane. L’ospite fissò il bicchiere, i cui riflessi erano esaltati dai lampi dell’artiglieria extraterrestre. – Qui su la terra usavamo brindare con questo liquido, alla nostra vita … Ora brinderemo anche a voi, nuovi padroni della terra! L’uomo ,dopo aver fatto roteare il bicchiere sotto il suo naso, chiuse gli occhi, quindi sorseggiò lentamente. L’ospite dopo aver assistito alla scena, fece la stessa cosa. Mentre l’extraterrestre beveva, l’uomo lo osservava. – Che ne dici? – disse. L’ospite emise un verso che non aveva bisogno di traduzioni. Ormai la grande radiazione era vicina e la bottiglia era finita. - Ti ho voluto fare questo dono per farti capire cosa è stato capace di creare l’essere umano: il vino. – Disse l’uomo. L’ospite rise. – Ma c’è un particolare –. Quella che avete distrutto, quando mi avete catturato, era l’ultima vigna esistente sul pianeta terra è questa era l’ultima bottiglia. L’ospite emise un ruggito rabbioso. – Avete perso, anche se occuperete il pianeta terra e l’uomo non ci sarà più. Avete perso ed io ora vi ho fatto comprendere cosa avete per…- La grande radiazione coprì la sua voce.