lunedì 4 marzo 2019

L'accendino rosa

Ho un vizio, tra gli innumerevoli, che mi porto dietro da oltre vent’anni. E’ un vizio ad intermittenza, nel senso che ne rimango vittima per alcuni mesi salvo poi starne lontano per altrettanto tempo: mi piace fumare i toscani. All’inizio lo consideravo più un vezzo, dato che il modo di fumare un sigaro richiede una certa dimestichezza, essendo totalmente diverso dalla sigaretta. Durante i primi anni, quelli della passione pura, aderii persino ad un sedicente club del Toscano, andando in giro per l’Abruzzo a sfumacchiare insieme ad altri, accompagnando il tutto con distillati e cioccolati. Arrivavano gli esperti dalle concerie lucchesi, a spiegarci lavorazioni delle foglie di tabacco, le stagionature e gli abbinamenti con gli alcolici. Per farla breve: una setta di crapuloni nella quale mi confondevo bellamente, nonostante non avessi una lira già da quei tempi lontani. L’illusione di essere un manager rampante con tanto di barca ormeggiata al porto di Pescara e il maseratino per andare a sciare a Chamonix. Facevo i salti mortali per nascondere la mia Ford station wagon di seconda mano, nei parcheggi dei locali adibiti a cotali riunioni del vizio. Spesso mi colpiva un aspetto, che avevo notato in altri consessi quali le fiere dei materiali edili: la donna utilizzata come hostess di bella presenza, la quale andava in giro per i tavoli a dispensare i sigari scelti all’uopo per procedere alla degustazione. I più smaliziati nell’accettare quei sigari, già formulavano improbabili congiunzioni carnali con le suddette ragazze, in un clima nel quale l’odore del testosterone superava quello pur deciso del Toscano. Ero colpito dal capitolo riguardante il mezzo per accendere il sigaro: mai utilizzare gli accendini a benzina che avrebbero impregnato il sigaro irrimediabilmente, preferibili erano i fiammiferi, ma bisognava aspettare che la fiamma arrivasse al legno del bastoncino per evitare che la prima fumata sapesse di zolfo. Un buon compromesso era dato dagli accendini a gas, visti senza infamia ne’ lode dai puristi. Il sigaro ha la forma del pene: nel vizio del fumo si concentra un insieme di visioni, desideri, aspettative e soprattutto attese che caratterizzano una combustione la quale ha inizio e , irrimediabilmente, un termine, proprio come nell’atto sessuale. Non ci ho mai pensato veramente in questi ventidue anni. Ho vissuto alcuni momenti belli della mia vita soprattutto perché sapevo che dopo avrei acceso un bel Toscano a completamento della splendida giornata. Dopo il periodo della passione è arrivato quello della consapevolezza e dell’abitudine, tempo nel quale dovevo decidere orari e qualità della mia fumata: un Toscano Garibaldi o extravecchio poteva andare se avevi iniziato la giornata con focaccia e prosciutto, un Antico era più gradito dopo un pasto. Avevo aperto una parentesi con i cubani ma i sigari sudamericani hanno bisogno di lentezza e ozio,  come se tenere in bocca un Macanudo ti facesse uscire da un romanzo di Amado. I toscani li preferivo, perché potevo lavorare in mezzo alla polvere con il mozzicone spento tra le labbra, una sorta di antidoto alla sporcizia, al puzzo delle vernici, agli schizzi di cemento, alla segatura. Guardavo con una sorta di venerazione, le fotografie contenuti nei libri sul Toscano che avevo collezionato durante gli anni, mi colpivano i volti ruvidi dei contadini, dei pescatori salernitani con i loro ammezzati in bocca, mentre tiravano su le reti, dopo aver fatto colazione con le alici sul pane ed un bicchiere di vino. Il tutto in un clima maschiale, peloso e volitivo. Con il tempo, feci una cernita dei tabaccai migliori nei quali acquistare i sigari ( guai a comprarli nei bar!), rivendite nelle quali avrei potuto trovare il mobiletto deumidificatore. Riuscivo a capire da subito la qualità del tabacco, premendo leggermente la pancia del sigaro, se troppo stagionato o troppo fresco. Abbandonai le scatole di fiammiferi, per questioni di praticità e comodità, preferendo l’utilizzo del semplice accendino a gas. Adesso, nonostante tanti anni di fumate e tante storie ad esse legate, la cosa che più mi è rimasta impressa è il momento dell’acquisto dell’accendino. Può sembrare strano ma, ogni volta che chiedo un accendino al tabaccaio, egli direttamente evita di darmi quello colorato di rosa e dirige la sua scelta verso altre tonalità. Perché? Cosa c’è di strano in un accendino rosa? Vi posso assicurare che questa cosa mi accade sistematicamente ad ogni acquisto di accendini. All’inizio la cosa non mi turbava, ora rappresenta un gesto insopportabile tanto è vero che io rifiuto la scelta arbitraria fatta dal tabaccaio e chiedo espressamente il rosa, sotto lo sguardo attonito del commerciante, spiazzato da un muratore sporco di cemento con mezzo toscano in bocca. Ciò accade anche se chi è addetto alla vendita è una donna. Perché il rosa alle femmine e l’azzurro ai maschi? Nella vendita di un oggetto si nasconde la forma mentis della persona e non è necessario indagare oltre per capire che le categorie si precostituiscono già dalla più tenera età, con la colpevole responsabilità dei genitori e degli educatori. Il maschio è l’azzurro, come il principe, come il blaue reiter, come il fiocco sul grembiule delle elementari. Il rosa è femmina, come la carne, come la rosa rosa, come il Monte Rosa. “ Questa cosa mi sembra un po’ da femmine, questa invece un po’ da maschi”. Che significa? Nello sguardo stranito del tabaccaio che rimette a posto l’accendino, scelto al posto mio e prende quello rosa, noto tutta l’impossibilità di costruire i rapporti umani basati esclusivamente sul rispetto delle dignità altrui. L’ultima volta, una ragazzina, forse figlia del titolare della tabaccheria, con la gioia di chi ha appena iniziato a lavorare, alla mia richiesta di un accendino, ha allungato la mano sul contenitore nel quale tre accendini rosa erano lì da soli, distanti dagli altri diversamente colorati, prendendo quello nero che era in ultima fila. Ho gelato le sue sicurezze dicendole: “ Non fa niente, mi dia quello rosa, non diventerò frocio solo per questo

3 commenti:

  1. Ma sei lo stesso Gianluca Di Renzo che scriveva una fanzine metal a fine '80-inizio '90?

    RispondiElimina
  2. Ti feci visita il 2 gennaio '94 a Ortona, per chiederti gli arretrati della fanza. Sei l'unico che mi faceva sorridere a 20 anni e riesce a farlo ancora alle soglie dei 50.

    RispondiElimina