giovedì 14 marzo 2019

La nuotata del bradipo


Ho sempre avuto una sorta di trasporto per due animali in particolare: l’elefante e l’asino. L’elefante è l’animale che più di tutti rappresenta per me, il tempo. L’asino invece ha un valore affettivo. Sull’asino rivedo i miei bisnonni e l’origine della mia famiglia. Quando vedo un ciuco provo una sorta di raptus. Se sono in macchina o in bici, devo fermarmi. Nel caso di questi due animali, il mio corpo si comporta stranamente: mi estraneo dal contesto, sono tutto concentrato sull’animale. Nulla è più importante del cercare un contatto. Per l’asino è facile: ultimamente molte case di campagna hanno iniziato ad averne uno. Incontrare un elefante è più complicato, l’ultimo l’ho visto allo zoo di Napoli e non era per nulla contento della sua condizione. In ogni caso, ho provato a cercare delle ragioni per le quali io sarei così attratto da queste bestie. Non ho nulla che mi accomuna nell’atteggiamento e nel carattere. Solo di recente ho trovato un quadrupede che ha cambiato il mio modo di pensare nel profondo: il bradipo. Mentre facevo dello zapping, ho trovato un documentario che parlava delle grandi città del sud America, così vicine alle foreste e di come, talvolta, la fauna selvatica, potesse occupare alcuni territori fortemente antropizzati, subendone le conseguenze. Si parlava appunto del bradipo e di una associazione che li salva, quando attraversano, a rischio della vita, delle strade fortemente trafficate. 
Chi ha visto un bradipo conosce la sua proverbiale lentezza e l’impossibilità di reagire velocemente ai pericoli imminenti. Il bradipo è una sorta di drugo, che vive la sua dimensione di animale lento e assolutamente vulnerabile. Qualsiasi altro essere vivente , nei millenni, avrebbe potuto trasformare le sue debolezze, per istinto di sopravvivenza. Il bradipo no. Quello che mi ha colpito di più, nel documentario, è stata una ripresa fatta dal fondo di un fiume impetuoso, di un bradipo che nuotava da una sponda all’altra. Sono rimasto estasiato dall’eleganza distaccata delle sue bracciate lentissime, con queste zampe dotate di unghie enormi. Il bradipo era totalmente impermeabile all’urgenza del cercare una salvezza. Nuotava quasi al rallentatore con una regolarità ed una calma, dovuta alla sua natura di animale quasi rassegnato ad una probabile sconfitta da parte degli elementi naturali. Non c’era alcuna urgenza: l’animale era cosciente della sua essenza di essere indifeso e ostinatamente praticava la lentezza come inevitabile, un piacere nel lasciarsi andare a qualsiasi destino gli si sarebbe prospettato con quella condotta al limite dell’inerzia. La nuotata di quel bradipo somigli alla mia vita: ho deciso che gli sforzi, gli affanni non siano utili se la nostra natura non è destinata a sopportare determinati ritmi. Così nuoto nel fiume in piena, sperando di cogliere il meglio nella lentezza, nella pausa che mi permette di osservare piccoli cambiamenti del cielo o il sapore di un vino fresco da bere. Se suona il telefono e ho appena acceso un sigaro, preferisco gustare la prima boccata piuttosto che rispondere. Voglio sentire l’umido della sera, quando vado a correre magari rallentando il mio passo, lasciando che la corsa sia solo il contorno di un momento da ricordare. Lavoro passando il pennello una volta in più, quando la vernice fa rumore sul muro e colore riempie la parete. Come il bradipo sull’albero, resto aggrappato a questa vita, intuendo che non sarà ancora per molto. Tuttavia voglio tagliare i miei giorni a fondo come si fa con un cocomero ghiacciato pregustandone il sapore, nel momento in cui le labbra si stringono sulla polpa.

lunedì 4 marzo 2019

L'accendino rosa

Ho un vizio, tra gli innumerevoli, che mi porto dietro da oltre vent’anni. E’ un vizio ad intermittenza, nel senso che ne rimango vittima per alcuni mesi salvo poi starne lontano per altrettanto tempo: mi piace fumare i toscani. All’inizio lo consideravo più un vezzo, dato che il modo di fumare un sigaro richiede una certa dimestichezza, essendo totalmente diverso dalla sigaretta. Durante i primi anni, quelli della passione pura, aderii persino ad un sedicente club del Toscano, andando in giro per l’Abruzzo a sfumacchiare insieme ad altri, accompagnando il tutto con distillati e cioccolati. Arrivavano gli esperti dalle concerie lucchesi, a spiegarci lavorazioni delle foglie di tabacco, le stagionature e gli abbinamenti con gli alcolici. Per farla breve: una setta di crapuloni nella quale mi confondevo bellamente, nonostante non avessi una lira già da quei tempi lontani. L’illusione di essere un manager rampante con tanto di barca ormeggiata al porto di Pescara e il maseratino per andare a sciare a Chamonix. Facevo i salti mortali per nascondere la mia Ford station wagon di seconda mano, nei parcheggi dei locali adibiti a cotali riunioni del vizio. Spesso mi colpiva un aspetto, che avevo notato in altri consessi quali le fiere dei materiali edili: la donna utilizzata come hostess di bella presenza, la quale andava in giro per i tavoli a dispensare i sigari scelti all’uopo per procedere alla degustazione. I più smaliziati nell’accettare quei sigari, già formulavano improbabili congiunzioni carnali con le suddette ragazze, in un clima nel quale l’odore del testosterone superava quello pur deciso del Toscano. Ero colpito dal capitolo riguardante il mezzo per accendere il sigaro: mai utilizzare gli accendini a benzina che avrebbero impregnato il sigaro irrimediabilmente, preferibili erano i fiammiferi, ma bisognava aspettare che la fiamma arrivasse al legno del bastoncino per evitare che la prima fumata sapesse di zolfo. Un buon compromesso era dato dagli accendini a gas, visti senza infamia ne’ lode dai puristi. Il sigaro ha la forma del pene: nel vizio del fumo si concentra un insieme di visioni, desideri, aspettative e soprattutto attese che caratterizzano una combustione la quale ha inizio e , irrimediabilmente, un termine, proprio come nell’atto sessuale. Non ci ho mai pensato veramente in questi ventidue anni. Ho vissuto alcuni momenti belli della mia vita soprattutto perché sapevo che dopo avrei acceso un bel Toscano a completamento della splendida giornata. Dopo il periodo della passione è arrivato quello della consapevolezza e dell’abitudine, tempo nel quale dovevo decidere orari e qualità della mia fumata: un Toscano Garibaldi o extravecchio poteva andare se avevi iniziato la giornata con focaccia e prosciutto, un Antico era più gradito dopo un pasto. Avevo aperto una parentesi con i cubani ma i sigari sudamericani hanno bisogno di lentezza e ozio,  come se tenere in bocca un Macanudo ti facesse uscire da un romanzo di Amado. I toscani li preferivo, perché potevo lavorare in mezzo alla polvere con il mozzicone spento tra le labbra, una sorta di antidoto alla sporcizia, al puzzo delle vernici, agli schizzi di cemento, alla segatura. Guardavo con una sorta di venerazione, le fotografie contenuti nei libri sul Toscano che avevo collezionato durante gli anni, mi colpivano i volti ruvidi dei contadini, dei pescatori salernitani con i loro ammezzati in bocca, mentre tiravano su le reti, dopo aver fatto colazione con le alici sul pane ed un bicchiere di vino. Il tutto in un clima maschiale, peloso e volitivo. Con il tempo, feci una cernita dei tabaccai migliori nei quali acquistare i sigari ( guai a comprarli nei bar!), rivendite nelle quali avrei potuto trovare il mobiletto deumidificatore. Riuscivo a capire da subito la qualità del tabacco, premendo leggermente la pancia del sigaro, se troppo stagionato o troppo fresco. Abbandonai le scatole di fiammiferi, per questioni di praticità e comodità, preferendo l’utilizzo del semplice accendino a gas. Adesso, nonostante tanti anni di fumate e tante storie ad esse legate, la cosa che più mi è rimasta impressa è il momento dell’acquisto dell’accendino. Può sembrare strano ma, ogni volta che chiedo un accendino al tabaccaio, egli direttamente evita di darmi quello colorato di rosa e dirige la sua scelta verso altre tonalità. Perché? Cosa c’è di strano in un accendino rosa? Vi posso assicurare che questa cosa mi accade sistematicamente ad ogni acquisto di accendini. All’inizio la cosa non mi turbava, ora rappresenta un gesto insopportabile tanto è vero che io rifiuto la scelta arbitraria fatta dal tabaccaio e chiedo espressamente il rosa, sotto lo sguardo attonito del commerciante, spiazzato da un muratore sporco di cemento con mezzo toscano in bocca. Ciò accade anche se chi è addetto alla vendita è una donna. Perché il rosa alle femmine e l’azzurro ai maschi? Nella vendita di un oggetto si nasconde la forma mentis della persona e non è necessario indagare oltre per capire che le categorie si precostituiscono già dalla più tenera età, con la colpevole responsabilità dei genitori e degli educatori. Il maschio è l’azzurro, come il principe, come il blaue reiter, come il fiocco sul grembiule delle elementari. Il rosa è femmina, come la carne, come la rosa rosa, come il Monte Rosa. “ Questa cosa mi sembra un po’ da femmine, questa invece un po’ da maschi”. Che significa? Nello sguardo stranito del tabaccaio che rimette a posto l’accendino, scelto al posto mio e prende quello rosa, noto tutta l’impossibilità di costruire i rapporti umani basati esclusivamente sul rispetto delle dignità altrui. L’ultima volta, una ragazzina, forse figlia del titolare della tabaccheria, con la gioia di chi ha appena iniziato a lavorare, alla mia richiesta di un accendino, ha allungato la mano sul contenitore nel quale tre accendini rosa erano lì da soli, distanti dagli altri diversamente colorati, prendendo quello nero che era in ultima fila. Ho gelato le sue sicurezze dicendole: “ Non fa niente, mi dia quello rosa, non diventerò frocio solo per questo

sabato 23 febbraio 2019

Il puzzo della vittoria



Sto gonfiando il karma. Mi sto preparando psicologicamente. Tutto accadrà quanto prima. Ho già allenato la mente con una serie di sogni di felicità distribuiti, in ordine sparso, durante le mie notti disturbate. Sono progetti di cose concrete che realizzerò non appena  quello che ho previsto, succederà, stravolgendo la mia vita e quella dei miei cari: vincerò all’Enalotto o trovando il Gratta e Vinci fortunato. Non sono quando ma sarà così. Non una cifra esorbitante ma la giusta quantità di denaro, sufficiente a coprire i miei debiti e realizzare le cose che mi permetteranno di vivere in serenità l’ultima parte della mia vita. C’è solo un ostacolo da superare: non gioco. Il fatto è che costa troppo e ogni volta che entro in un bar o una tabaccheria e potrei acquistare un biglietto vincente, evito di farlo, preferendo tenere in tasca i miei soldi. Per ottenere risultati ci vogliono disciplina, impegno e caparbietà, tutte doti che a me mancano. Dovrei minimizzare i costi, facendo leva sull’ispirazione che mi condurrà senza grande esborso economico, ad entrare in una rivendita e acquistare, al primo colpo, il tagliando che mi cambierà la vita.
Mi vedo varcare la soglia di questo bar dove, muratori e camionisti sono intenti a guardare lo schermo sul quale, i n continuazione, vengono estratti numeri che non si allineeranno sulle loro schedine. Li vedrò accartocciare le loro matrici con una smorfia di disappunto. Sarà in quel preciso momento, il quale precede la formulazione di una nuova sequenza numerica da parte loro e la fila presso la ricevitoria, che si creerà un vuoto nel flusso dei desideri e delle speranze altrui. In questo nulla, sgombro dai sogni degli altri, io avrò i numeri giusti. La sequenza scorrerà inesorabile sullo schermo, mentre guarderò attonito l’allineamento astrale sulla mia schedina. Sarò percorso da un rush caldo e tuttavia dovrò camuffare una certa indifferenza nonostante la felicità inizi a pervadere la mia anima. In quel momento avrò gli occhi puntati addosso e dovrò stare attento perché i miei contendenti potranno circondarmi e, in combutta tra loro, strapparmi dalle mani la cedola vincente, per appropriarsi dei miei denari e sotterrarmi nel retro del bar, dopo aver fatto a pezzi il mio cadavere. Dovrò uscire dal locale con calma, entrare nel furgone, mettere la sicura e allontanarmi senza andare troppo di fretta, assicurandomi che i suddetti muratori e camionisti, accortisi in ritardo della vittoria, mi possano inseguire e buttare la mia macchina sotto un fosso. Arrivato a casa, potrò sfogare la mia gioia, urlando a squarciagola, nello sgabuzzino. In seguito, arriverà il mome
nto delle decisioni su come e se condividere la vittoria con la mia famiglia. Potrei comprare una buona bottiglia e annunciare l’accaduto a cena o realizzare tutto quello che ho progettato, di nascosto, simulando ancora per qualche periodo lo stato di indigenza, per poi fare una sorpresa agli altri. Ultima possibilità: potrei fare armi e bagagli, lasciare la maggior parte della cifra a mia moglie e alle mie figlie e fuggire nello Sri Lanka per realizzare il mio sogno di lavare elefanti per il resto della mia vita. Lontano da casa però, abbandonerei la mia famiglia nelle mani dei soliti muratori e camionisti i quali, dopo essere venuti a conoscenza del fatto che, nel bar da loro frequentato, c’è stata una grossa vincita, potrebbero risalire a me e oserebbero tenere in ostaggio i miei cari, costringendomi a tornare dallo Sri Lanka, lasciando i miei elefanti insaponati. Una volta tornato, sarei costretto, a cedere i denari vinti a questa banda di manovali, abbrutiti da anni di sconfitte alle slot machine, incattiviti da Gratta e Vinci grattati male, da numeri arrivati in sogno da zie e padri tornati dall’aldilà. Camionisti convinti che numeri ritardatari, prima o poi debbano uscire, in barba alle leggi del calcolo delle probabilità, come se i numeri avessero un’anima o fossero benevolenti verso chi li invoca continuamente. I numeri non sono riconoscenti, i numeri sono impietosi come quelli che contano gli anni passati a sognare dei sogni che ti permettono di sopravvivere, sperando in un domani migliore, domani che è appunto uno , il quale sommato ad un altro domani fa due. A forza di contare si arriva al giorno in cui, non avendo mai giocato, per paura di perdere, si è perso tempo e l’ultimo desiderio è quello che un bravo artigiano faccia un buon lavoro, quando verrai tumulato nel loculo. Lo sapevo: alla fine bisogna sempre fare i conti con un muratore.

venerdì 3 febbraio 2017

Il Grande bianco



Velia stava seduta sul mucchio di pietra solitario, al centro del grande stazzo, vicino a Beffi.  Si muoveva con prudenza, in quella primavera del 51’, aspettava un bambino. Non importava se maschio o femmina, l’importante era che Antonino non sarebbe andato a lavorare fuori dalla provincia, per stare vicino a lei, almeno il giorno del parto. La donna era lì, sotto al sole, Antonino era andato a prendere un po’ d’acqua da bere, in attesa della Littorina che li avrebbe riportati a L’Aquila. Dal vecchio rudere vicino udirono dei guaiti. Velia vinse la riluttanza del marito e si avvicinò al vecchio capanno. Accanto al corpo di una femmina di pastore abruzzese morente, c’era un cuccioletto in cerca del seno della madre. Velia si commosse ed il suo pensiero si rivolse immediatamente alla creatura che aveva in grembo: “Se anch’io morissi, cosa succederebbe a mio figlio?”. A sera sul treno verso L’Aquila, il suo grosso cesto di vimini nascondeva le vivande ed il piccolo cucciolo addormentato. Gli inquilini del casolare sotto la Stazione alla Rivera, dissero che quel cane lì non ci poteva stare. Antonino, decise di portarlo dall’amico, che aveva un orto proprio sotto il fiume Aterno. Lui e Velia andavano spesso a trovare il cucciolo ed il cane ricambiava le loro attenzioni con affetto smisurato, soprattutto nei confronti di lei. Si avvicinava a Velia e posava delicatamente il testone sulla pancia quasi percepisse la presenza di una piccola vita. In autunno Antonino e Velia si trasferirono su in città, il parto era imminente e decisero, a malincuore, che il cane non sarebbe venuto insieme a loro. Il cucciolone era lì, ogni giorno, vicino al cancello ed aspettava invano l’arrivo di Velia per poterle mettere la sua testa nel suo grembo. La piccola Rosaria nacque. Fu un parto difficile. La bambina fu estratta con il forcipe e l’operazione le causò danni permanenti alla vista. L’ortolano li venne a trovare in Ospedale e raccontò ai due genitori un fatto strano: il cane, proprio il giorno della nascita della bambina, aveva iniziato ad ululare ininterrottamente per tutto il giorno.
Quando la piccola Rosaria fu in grado di camminare, Antonino pensò bene di scendere verso l’Aterno per andare a trovare il cane, che ormai era diventato un enorme pastore, candido come la neve del Gran sasso.
All’inizio la piccola Rosaria, la quale, al cospetto dell’animale, appariva minuscola, era intimidita da quell’essere gigantesco le girava intorno scodinzolando. Lo stupore di Antonino e dell’ortolano fu grande quando, approfittando di un momento di distrazione dei due uomini, il cane si avvicinò alla bambina e si gettò a pancia all’aria, per farsi coccolare, tra le risate argentine di Rosaria…

1955. Nevicò per quasi dieci giorni. Non era stato un dicembre freddo, quello. Tutto lasciava presagire ad un inverno come gli altri. Qualche fiocco, ma niente a cui la popolazione aquilana non fosse abituata. Rosaria, guardava la neve, scendere dalla finestra della camera, con le gambe poggiate contro il termosifone, scaldato dalla grande caldaia a cherosene. Sulla rosa canina , che formava una tettoia naturale, tra il muro della casa ed il recinto vicino la strada, si posavano i grandi fiocchi. La neve faceva contrasto con il grande muro della caserma degli alpini di fronte. “Quando torna papà?” si girava verso la madre china sull’uncinetto, seduta accanto a lei. Rosaria non aveva ancora cinque anni e già portava dei pesanti occhialoni da vista. Era una bimba precoce e già leggeva qualche parolina. Si divertiva, con il suo atlante, a ripetere a memoria tutte le capitali degli stati del mondo. Non era stata bene Rosaria. Soffriva di frequenti ed abbondanti epistassi e questo preoccupava molto Antonino. Cresciute le altre tre sorelle, era Laura l’ultima nata da Osvalda, a prendersi cura ed a giocare con Rosaria. L’aspetto indifeso della bambina ed il fatto che fosse la minore, faceva rivivere a Laura il momento in cui lei aveva perso sua madre e di quanto lei fosse piccola in quel periodo. Passò Gennaio. Il freddo si fece molto intenso ed il riscaldamento non bastava a mantenere una temperatura soddisfacente in casa. Le ragazze si scaldavano avvolgendo la borsa dell’acqua calda nelle coperte, oppure facendosi scaldare un mattone e mettendolo sotto le lenzuola. Poi arrivò quella nevicata. Il quartiere si trovava sotto le propaggini del Gran Sasso e la casa di Antonino era una delle ultime case popolari prima della campagna aperta. La neve superò presto il metro e mezzo. In quelle condizioni era difficile persino uscire di casa. L’ultima notte, Rosaria iniziò a sanguinare dal naso. Un fiotto inarrestabile, continuo. La neve cadeva sempre più abbondante, altissima, una muraglia. Nel silenzio, ovattato della neve cadente, all’improvviso, ululati. Antonino si fermò ad ascoltare, poi aprì la finestra della cucina: lupi!
Erano scesi, spinti dalla fame ed ora si trovavano a poche centinaia di metri dal quartiere. Rosaria peggiorava. Bisognava fare in fretta. Antonino vestì la bambina, la avvolse in una coperta ed uscì. La strada fino al Torrione ed all’incrocio era una distesa bianca. Sarebbe stato difficile camminare sulla neve fresca,  non battuta per almeno tre km, fino alla fontana luminosa e poi, da lì, fino all’Ospedale. I lupi sembravano vicini od era la paura, la solita paura di Antonino, quella che lo aveva salvato tante volte? In realtà, tra la neve non c’era nulla. Quegli ululati li aveva sentiti solo lui. I lupi era i demoni, i demoni che bussavano alla porta, quando la bambina stava male, oppure quando compariva nel sonno il volto di sua moglie Osvalda. Antonino, riuscì a cacciare le vecchie racchette da neve dalla cantina e si incamminò. Avvolse la piccola Rosaria in una pesante coperta di lana ed inizio ad inoltrarsi nella muraglia di neve fresca che lo separava dall’Ospedale. Stava salendo la strada che costeggiava il castello quando, delle ombre veloci lo circondarono. I lupi avevano seguito le sue tracce ed ora i loro occhi brillavano come fiamme nella notte biancastra. Ringhiavano, erano pronti ad attaccare per saziare la loro fame. Tonio stringeva Rosaria al petto. Giurò che avrebbe venduta cara la pelle, prima di cedersi alle fauci di quei predatori. All’improvviso, dal nulla, un enorme pastore abruzzese, si avventò contro le bestie, ingaggiando una sanguinaria lotta contro il capobranco. Antonino guardava, paralizzato dalla paura. Il cane riuscì mettere i lupi in fuga. Si avvicinò, il manto bianco inzuppato di sangue, al piccolo fagotto che Antonino stringeva a sé. Strofinò delicatamente il suo muso sul corpicino tremante di Rosaria quindi si girò e scomparve nella tormenta. Antonio arrivò in Ospedale a notte fonda. La bambina era quasi congelata, ma questo aveva bloccato in parte l’epistassi. Giorni dopo, Antonino scese al rione Rivera, per andare a trovare il suo cane. Non c’era più.

sabato 2 gennaio 2016

Il Panettone di Don Rocco.



Il panettone troneggiava sul piccolo piedistallo di porcellana finissima,  nella vetrina  dell’Antica Pasticceria Fratelli Cenci. Tutti i paesani si fermavano a guardare quella meraviglia. Uno zuccotto bronzeo, tenuto stretto da una carta decorata in motivi natalizi. Anche Don Rocco Mariotti, il medico del paese ,tornando dall’ambulatorio, si bloccò, attratto da quello visione Il dottore diede un tiro al suo mezzo toscano, alzando il sopracciglio sinistro. Sì, era proprio un bel dolce. Non i soliti dolci che la moglie Ida usava preparare sotto le feste. Quel panettone lo aveva già visto, in televisione, nelle pubblicità del Carosello, al bar, quando tutto il paese si riuniva per vedere Mike Bongiorno.   “Essè, lu galiuppe!” esclamava il barista. Tutti i presenti favoleggiavano sulla bontà di quel panettone che il comico piemontese brandiva, nello sketch in bianco e nero. “ Ci stanno pure i canditi dentro!” diceva Pasquale la “Chi Chi”, lo stupido del paese “Me lo ha detto il mio compare, che sta a Milano!”. Don Rocco aveva deciso: doveva avere quel dolce per Natale. Dall’altra parte della vetrina, Nonna Adele, continuava a prendersela con il marito. “Possibile? A momenti arriviamo sulla luna e siamo costretti ad andare in bagno, sotto in cantina?” Il Cavalier Pietro Cenci, titolare della blasonata pasticceria, ormai rimasto solo al comando, dopo la morte del fratello, ascoltava quella tiritera da qualche mese a questa parte. “Adè, il balcone della camera da letto, già lo abbiamo chiuso con la vetrata, il lavandino ci sta. Manca solo la tazza; vedrai, prima di Natale arriva e la montiamo giusto in tempo per le feste!” Ma Adele non volle sentire ragione. Costrinse  Pietro ad andare a sollecitare Terenzio, proprietario della bottega “Merce Varia”, una sorta di magazzino, allestito in un vecchio fondaco, dove si poteva trovare di tutto, dai mattoni alle olive in salamoia. “Cavaliè, purtroppo i cessi buoni non mi sono arrivati, il Trigno ha straripato ed il camion che veniva da Vasto è rimasto in panne. C’ho qualche tazza, ma è di quelle di pessima qualità: una porcellana sottile che sembra la carta velina. Va bene per il bagno della stalla ma, per una casa no.” Il Cavalier Cenci mostrò tutto il suo disappunto. Poi, dopo aver considerato, le conseguenze di un mancato montaggio del sanitario, sui rapporti coniugali, decise” “ Vabbuò, prendo quello che avete! L’importante è che chistu’ ciesso venga pronto per Natale”. Nel pomeriggio il bagno fu montato per la gioia della famiglia, la quale, tutta al completo, volle presenziare alla “quagliatura” del nobile presidio igienico. La notizia del “montaggio” arrivò perfino al bar del paese, dove qualche temerario espresse forti  dubbi sul fatto che un donnone come Adele avrebbe potuto usufruire del gabinetto lungo e stretto, costruito sul balcone. Donna Adele era stata una bella donna molti anni prima, ma ora… I seni prosperosi, con gli anni ed il lavoro vicino al forno, era diventati delle zavorre pesanti e cadenti, tenute da reggiseni rinforzati. I fianchi mediterranei erano deragliati in un ciambellone di ciccia che contrastava la gravità solo grazie alle “panziere” di lana marrone.  Quello che impressionava di più era l’enorme sederone, cresciuto negli anni a forza di assaggiare dolci. Le uniche vestigia di gioventù erano le gambe: snelle nervose, dalla caviglia sottile, miracolosamente scampate a questo naufragio corporale. I nipoti la chiamavano “Nonna Tacchina” perché, sembrava proprio un volatile da cortile. La sera della Vigilia, Donna Adele e il Cav. Pietro erano stati fino a tardi in pasticceria a preparare le ordinazioni per il pranzo del giorno dopo. Don Rocco era passato ad ordinare il panettone, raccomandando di impacchettarlo in una confezione, da poter ostentare a tavola, per l’invidia dei parenti. I coniugi Cenci andarono alla messa di Natale in fretta e furia. Donna Adele commise l’imprudenza di coprirsi poco.  Quella notte di Natale fu particolarmente fredda.  Tutti dormivano. Tutti tranne Adele. La temperatura e la fatica avevano risvegliato le sue coliche intestinali. Si rigirava nel letto in preda ai dolori. Il marito non si accorse di nulla, tanto era sotterrato dal rantolio profondo del suo russare. Adele non ce la faceva più. Una fitta più dolorosa delle altre , la fece scattare dal letto. Non poteva fare in tempo ad arrivare fino al bagno del piano terra. Aprì, la porta del balcone, sollevando velocemente la vestaglia. Dondolando, si lasciò cadere sulla tazza. Il rumore del sanitario in frantumi, fu sordo. Subito dopo, un urlo di dolore, intenso, lungo, lancinante, squarciò il silenzio della Santa notte. Il sederone bollente di Adele aveva avuto un effetto dirompente sulla tazza di pessima qualità, ghiacciata a causa del gelo notturno. Il Cav Cenci saltò dal letto. La scena che si trovò di fronte, una volta entrato nel stretto bagno, superò la sua fantasia: Donna Adele seduta per terra, a culo nudo, sul cumulo di frantumi di coccio. Don Rocco Mariotti ebbe il suo panettone quella notte. Ma non fu quello che aveva visto in vetrina. Fu il sederone di donna Adele sotto i riflettori del suo ambulatorio, sederone dal quale, il dottore, passò tutta la notte a levare, con la pinza, decine di pezzi di porcellana.

venerdì 9 gennaio 2015

Il Fattore Umano




Non era questo, ci
ò che avevate promesso. Ricordo ancora quelle parole, noi, seduti tra i banchi di scuola. Una professoressa occhialuta, di quelle che avevano studiato Kant ed Hegel, solo per scappare dalla durezza di una vita, altrimenti relegata a far da moglie ad un pescatore di una sperduta isola dell’Adriatico. “Ricordate – sentenziava – ciò che conterà nel lavoro dei prossimi anni, sarà il fattore umano!” . Lo diceva a noi, poveri studenti del liceo classico, pieni di brufoli e alquanto arroganti, convinti di frequentare una scuola di elite, di quelle che “aiutano a ragionare”. I genitori rincaravano la dose, ostacolando qualsiasi deviazione dal percorso, tipo frequentare coetanei di istituti professionali. La manualità era bandita, quasi fosse una colpa grave, per un giovane, amare le scintille di una saldatrice o emozionarsi al suono di un motore riparato. La lingua greca avrebbe vinto, ne eravamo tutti convinti. Tutti ad aspettare l’avvento delle nuove stoà, delle agorà, delle piazze ove noi, spiriti illuminati, avremmo vissuto, parlando dell’amor che move il sole e l’altre stelle. Eravamo pronti costruire i ponti con l’aiuto di Cicerone, discutendo di Lucrezio con il capomastro. Questo credevamo e questo ci avete fatto credere. Nel Falansterio, nel Familisterio, dove sarebbero cresciuti amore ed empatia, le moderne fabbriche, liberate dal peso del capitale, sarebbero state produttrici di aretè anche per gli operai più umili. Tutti avrebbero mangiato, avrebbero fatto all’amore, avrebbero vissuto dignitosamente e sarebbero invecchiati aspettando la buona morte con un testo di Italo Calvino fra le mani rugose. La società che ci avevate prospettato, era lì, sotto i nostri occhi ed avrebbe concesso i suoi doni una volta che avessimo conseguito la nostra laurea, da esibire al popolo tutto, come razza eletta. Le prime crepe nel muro le notammo sul finire degli anni ’80 quando, le mura vere crollarono, portando con loro polvere e macerie e liberando i demoni chiuse nelle segrete dei popoli costretti ad impossibili convivenze. Così, ci siamo trascinati, ventenni e poi trentenni, alla ricerca di questo fattore umano, quasi fosse un santo Graal, tra le pulizie etniche, uomini barbuti con i turbanti, segretari di partito pigliatutto ed organizzazioni criminali con pulsioni da finanza creativa. Sono arrivati i quarant’anni e molti di noi hanno rinunciato. Alcuni hanno capito il meccanismo ed ora ci guardano dalle loro scrivanie con la lampada verde, dagli sportelli dei Suv con gli sci dell’ultima vacanza a Cortina, dai banchi di una chiesa durante il tempo libero. Noi siamo ancora qui a chiederci il significato di quelle parole rivolte a noi studenti perché avessimo fiducia nel futuro, nell’avvento della società dei giusti, noi, a bocca spalancata nell’udire le meraviglie prospettate dalla nostra professoressa…cara professoressa…non potevi farti i cazzi tuoi?

giovedì 25 settembre 2014

Pissin' in a bottle



Non parlo mai del mio lavoro. Non c’è niente di speciale, in fondo. E’ un ‘attività che ho intrapreso, agli inizi per divertimento e per tirar fuori qualche soldo che mi consentisse di tirare avanti, nell’attesa della laurea. Con gli anni si è sostituito alle mie ambizioni da architetto, per assumere un ruolo centrale nel sostentamento della famiglia che si stava formando. E’ stato facile iniziare come ho fatto io. Una scala, due pennelli, pinza e martello e la voglia di imbrattarsi di vernice. Poi è arrivata la fase “professionale”, quella in cui si seguono corsi, si prende la partita Iva, si va in banca a chiedere prestiti per il furgone, per i trapani, per i trabattelli, per saldare i fornitori. Ho pagato personalmente gli errori, imparando da essi, continuando a sbagliare. Mi piaceva il mio lavoro. E’ un po’ come un’amante. Dapprima la passione, l’applicazione, la dedizione, poi la routine, il lavorare di “mestiere”. Ora questa attività mi procura amarezze. Non è più ciò che speravo. Paradossalmente, all’esperienza, la quale mi permette di essere “efficace” più che “efficiente” , non corrisponde un miglior tenore di vita, anzi.  Ora che riesco a fare le cose a "regola d'arte", senza quegli sforzi che mi tenevano in cantiere fino alla domenica, qualche anno fa, sento che c’è il vuoto. L’unica cosa che vivo con piacere, del mio lavoro, è la possibilità di entrare nell’animo dei miei clienti, di studiarne, la psicologia, le nevrosi, i gusti, talvolta anche i piccoli drammi familiari. Negli oggetti posati sugli scaffali, nei quadri, nelle piccole cose sistemate in cucina, nella disposizione dei letti, leggo la vita delle persone. Niente è più rivelatore dell’intimità umana, quanto ciò che è contenuto in un appartamento. Spesso maledico la mia sorte quando, realizzo cose stupende, le quali non potrò mai replicare in una casa mia, perché vivo in affitto. In questo senso, la mia amarezza sale in proporzione alla  qualità di ciò che mi viene richiesto e di cui non godrò mai i frutti. A parte qualche foto, sono costretto a rimuovere dalla mia memoria il senso di compiuto , di fresco, di comodo, di bello, ogni volta che riconsegno un appartamento o vedo il sorriso sul volto dei miei clienti. A volte ci sono problemi. Se è vero che riesco a decifrare la psicologia di chi mi commissiona un lavoro,  ogni lavoro allo stesso tempo,  mette a nudo i miei limiti e mi indica cosa posso e so fare e cosa non riesco a fare bene. Quello che riuscirò a ricordare veramente, di ciò che ho creato, prima di lasciare questa terra,  sarà la quantità di bottiglie piene di urina di cui ho disseminato i cantieri, nel corso degli ultimi venti anni. Non è un sorta di turba sessuale od una pratica feticista: è pura necessità. Mi è capitato di lavorare in cantieri nei quali non fosse possibile usufruire dei servizi igienici, per molte ragioni: sia perché i sanitari non erano ancora stati montati, sia perché si trattava di case isolate. Tuttavia una volta si è presentata una situazione differente. Ho esaminato superficialmente il cliente, scambiando la sua ossessività per zelo. Sbagliavo. Si è trattato di una casalinga con manie igieniste e nevrosi compulsive. I nodi sono venuti al pettine, alla prima richiesta di poter usufruire delle “infrastrutture igieniche”, la signora, con piglio fermio e deciso, mi ha negato la possibilità di accesso alle “facilities” , senza addurre motivazioni plausibili. Non esistendo pubblici esercizi nelle vicinanze e lavorando in altra città, ho tentato di “contenere” il problema il più possibile ma, solo una voce insistente ha iniziato a prendere corpo nella mia mente: quella di mia nonna. Nonna è stata per decenni una “stitica” da record ma una cosa spesso mi diceva: “ se non cachi, cacherai, ma se non pisci, creperai”. Così ho deciso. Dovendo eseguire lavori per un mese in quell’appartamento, senza inimicarmi i proprietari e senza potermi allontanare dal luogo di lavoro, ho iniziato a pisciare regolarmente nelle bottiglie dell’acqua minerale, dopo averle bevute. Risultato alla consegna dei lavori e dell’assegno da parte della signora, dodici bottiglie da un litro e mezzo di urina di pittore. Alle vive proteste del cliente, ho risposto con una sola frase: quella che mi ripeteva nonna Velia.