giovedì 21 maggio 2020

Vita, vocazioni e peccati del giovane Gianluca



Alla tenera età di anni dodici, fui stravolto da turbamenti i quali, al posto di indirizzarmi verso pratiche onanistiche tipiche degli acneici fanciulli anni ottanta, tutti Bolero e Blitz, mi condussero per le opaline strade della fede, ove ogni sosta è un attimo che precede l’ascesa alle beatitudini della rinuncia e della castità. In verità già da qualche tempo sperimentavo ingenuo, gli sfregamenti del mio giovane volatile con successi scarsi e infiammazioni certe. Non provavo colpe e alternavo ignaro, le gioie della cippa con quelle più auliche della catechesi. Ero affascinato tuttavia dalla passione religiosa di mio nonno Camillo il quale, durante i suoi racconti di prigionia, narrava di come la religione lo avesse salvato dalle pallottole naziste e conseguente infornata. Con il ritorno dalla materialista e impegnata Milano nel lontano ’76, avevamo compiuto un processo di depurazione da tutte le scorie del moderno tornando ai fasti delle più grevi superstizione, praticando sedute spiritiche, consultando maghi e cartomanti, mischiando Berlinguer con l’acqua e l’olio per il malocchio. Fui sconvolto dalla capacità camaleontica dei miei parenti nel variare gusti e tendenze. Essendo ragazzo e dovendo “onorare il padre e la madre” mi attenni ossequioso a tutto ciò che loro credevano fosse giusto e degno di essere preso per vero. La religiosità dei miei avi era una roccia scolpita nella pietra: Madonne di gesso trionfanti sul serpente erano poste, sotto la teca di vetro, nelle camere da letto dei miei nonni, sacri cuori retroilluminati lugubremente a tenermi sveglio nelle sieste di luglio, avrebbero dovuto farmi comprendere la gioia del credo.
Fu complice la tempesta ormonale e un basso rendimento negli studi a farmi propendere in modo del tutto opportunista, verso la possibilità che, inserendo santini e unghia tagliata dai piedi di Padre Pio, tra le pagine dei libri, avrei ottenuto voti migliori. Il caso ci mise lo zampino (a posteriori credo si trattasse dello zoccolo di un caprone) tanto che i voti migliorarono e l’ansia che provavo nella gioia di veder migliorare la mia condizione di studente venne da me scambiata per il fuoco della fede che mi spingeva a risultati inaspettati. Anche mio nonno scambiò questa nuova condizione per i prodromi di una vocazione religiosa che mi portava a essere brillante nelle discussioni filoconciliari in parrocchia e i passi del Vangelo letti stentoreamente nelle messe di periferia. Sudavo di fede. MI adattai anche nelle vesti: improbabili lupetti color diarrea, maglioni verdi di lana spinosa, mocassini arancioni con fibbie adornate da finti smeraldi, collanine con Crocefissi in oro bianco e righe pettinate a destra con lo sputo. Fui mandato per alcuni mesi da una suora la quale aveva subito visto l’occasione di sfornare un altro pretino, visiti i tempi bui nei quali Nadia Cassini aveva fatto cadere i giovani italici. Ricevetti lezioni speciali di catechismo estremo. Suor Michelina mi voleva bene e anch’io a lei ne volevo. Era una creatura dolce e comprensiva e rendeva più semplice la mia strada verso il convento. A marzo presi la Comunione, mio nonno era felicissimo. Ciò non bastava, il ferro andava battuto finchè caldo tanto più che il mio arnese era un cannone di Navarone pronto a sparare ormoni alla vista di una chiappa qualsiasi spuntata fuori da un bikini. 
Dovevo prendere la Cresima e subito. La porta per il seminario era ormai aperta. La suora mi caricò come fossi un pugile prima di un incontro valevole per il titolo mondiale: il giorno della Cresima lo spirito Santo sarebbe disceso su di me come una fiamma dal cielo, inondandomi di un’energia straordinaria per combattere il peccato. Diamine! Pensai. Avevo in mente una cosa tipo Jeeg Robot d’acciaio o Mazinga con tanto di lampi e cupola della chiesa che si apre. Forte di questa convinzione mi preparai per questo evento epocale fino alla fatidica domenica di giugno.  Un vescovo non lo avevo mai visto ma immaginavo che fosse una sorta di santo incarnato in un superuomo pronto a elargire scosse protoniche come la spada di Luke Skywalker. La chiesa era piena di parenti e amici dei tanti “prescelti” come me. Noi ragazzi aspettavamo il momento di entrare in “scena” per godere e far godere dello spettacolo, quando udii questa frase: “Avete portato la busta con il soldi per il Vescovo?”. “Ma come – pensai – un sant’uomo la cui missione è quella di spargere la pura fede all over the world, un uomo scevro dal peccato e dalla vanità dei beni terreni, si fa pagare?” Tutto il castello costruito sul malinteso dei miei risultati scolastici, i quali non ero stato in grado di attribuirli al fatto che studiassi dodici ore al giorno, crollò miseramente quando, una volta al cospetto di quell’ometto in abito rosso che mi ungeva con l’olio di oliva le tempie, non ci fu nessun fuoco sacro a scendere per investirmi della fede tanto immeritata.. Non ho nostalgia di quei tempi ma di Nadia Cassini sì.

domenica 22 marzo 2020

Mio padre con la pizza in mano


Ero nel pieno di un sogno meraviglioso del quale avrei potuto narrare alla famiglia, una volta che mi fossi destato quando mio padre si è materializzato. Era comodamente seduto sopra una graticola accesa, mangiando una pizza con alici e pomodorini pachino. In genere il mio defunto genitore non mi appare neanche per darmi i numeri del lotto. Ho sempre pensato che sarebbe finito all’inferno. Non ho trovato inopportuna la sua intrusione all’interno della mia attività onirica quanto il fatto che stesse brandendo una pizza. Non ricordo esattamente quali fossero i suoi gusti preferiti da vivo. In ogni caso ho apprezzato la sua visita. Ultimamente, con il virus che impazza over the land peggio di un singolo di Bocelli, pensavo volesse rendermi partecipe di qualche messaggio da l’oltretomba stile piccolo veggente di Lourdes. “Figlio mio – ha esordito severo – hai voluto la partita iva? Adesso ti attacchi al cazzo”. Ho provato a controbattere “Papà ma non mi avevi educato, sin dalla più giovane età, all’indipendenza dai padroni, all’ottimismo dell’impresa privata, al libertinaggio della professione, all’onanismo dell’iniziativa artigianale, allo sprezzo del cartellino da timbrare?” “Tutte cazzate – mi ha risposto secco – l’inferno sembra l’anticamera dell’ufficio di un commercialista. Ogni libero imprenditore ha il suo girone ove sconta la pena in base alla colpa di cui si è macchiato in vita. Chiunque abbia osato non chinare il capo alla busta paga, è punito in eterno con le più atroci sofferenze. Giù , nel fondo dell’abisso, stanno i piccoli artigiani, quelli che han passato la vita nelle bottegucce, a mandare i “porchididdio” per ogni serranda alzata la mattina e abbassata la sera, i calzolai curvi sulle scarpe delle vecchie da risuolare, i tappezzieri con la poltrona graffiata dal gatto, i salumieri del quartiere con le fette di lonzino da mettere nel panino all’olio da centocinquanta lire, per lo studente obeso delle medie. La loro pena è inseguire cartamoneta da cinque euro che svolazza sospinta da un vento costante. Li vedo saltare, correre, fino al collasso, onde acchiappare il denaro. Li vedo, seduti sugli sgabelli di legno malamente inchiodati, aspettare che i clienti, saldino i lavori, dopo mesi e scoprire che le vecchie sono morte, i gatti sono scappati, gli obesi scolari sono dimagriti.” Nel frattempo mio padre aveva terminato la pizza e si stava accendendo una sigaretta. Non ha smesso di fumare neanche da cadavere. 

“Babbo, ma io ero felice del mio lavoro, Da principio ero incapace, molto efficiente ma poco efficace. Ora sono un mastro, di quelli buoni per farci le novelle. Mi inquadrano anche i tiggì, quando fanno i servizi sul genio italiano e le buone promesse dei candidati che lodano il lavoro patrio. Or son ventiquattro anni che spennello pareti, applico piastrelle e muri ergo. Coibento ergo sum.”  “ Sono ventiquattro anni che hai deciso di essere coglione – ha sbottato mio padre – lo sai che all’inferno non c’è neanche uno statale?” “ Ohibò- ho esclamato- ma cosa ne è stato dell’assenteismo, delle vacanze, delle agevolazioni, delle convenzioni per gli studi e le colonie a figli , nipoti, pronipoti, amanti, soggiorni agevolati more uxorio, saune e terme per sciatiche dovute a uso smodato dell’aria condizionata, buoni pasto, biglietti gratuiti per piste e posti al teatro, al cinema, ai parcheggi, mutui agevolati inps, inpdap, cgil cisl uil, ispes, inail, ina, cassa previdenza qui, cassa  integrazione lì, liquidazioni, pensioni, tredicesime, quattordicesime, quindicesime, crociere, bische, case di appuntamento, file al  banco carne e precedenza ai loculi del cimitero?”  “Proprio per questo – ha risposto papà – non hanno mandato una bestemmia a memoria ma hanno usato il calendario, a differenza tua, per segnare i giorni che li separavano dal buen retiro. Hanno  benedetto ogni giorno per il posto nel quale ponevano le terga, guardando beffardi, barbuti muratori inveire gli dei immortali, mentre masticavano il mezzo toscano spento in bocca, impastando cemento sotto la furia degli elementi sopra un’impalcatura. Sembravano spettatori muti in visita all’acquario, guardare attraverso il vetro bestie rare e feroci, consumarsi nelle botteghe, indurire le mani con i manici nuovi dei picconi, asfaltarsi i polmoni con le vernici al piombo. Lo spettacolo li divertiva ma essi benedivano il Creatore per averli sottratti dal morbo del farsi da sé.” “ Suvvia papà, avranno pur qualche scheletro nell’armadio – ho provato a controbbattere- una rata del mutuo non pagata, una vacanza fatta con il certificato medico, una pratica accelerata per il compare, una sbiarciatina sul pornazzo fatta dal computer dell’ufficio” La fiamma sotto al culo di mio padre si accese ancor di più “Cosa dici cretino! A chiunque abbia provato ad accusarli, loro han risposto : maanoiletassecelesottraggonoallafonte. Ciò è sufficiente per troncare ogni discorso. Tu, invece, che hai accettato i soldi in nero, non ti sei sottratto al malaffare. Hai provato pure a metterti un cognome albanese, per attrarre i tuoi clienti, figlio snaturato! Ora paga il tuo fio con l’inferno oppure pentiti, trovati un lavoro serio! Detto questo, mio padre è svanito dal sogno, lasciando il posto all’immagine di Conteil quale, tra un colpo di tosse e l’altro, urlava: “Chiudiamotutto, partiteiva mò so cazzi vostri”. In quel momento mi sono svegliato di soprassalto. Il telefonato ha squillato, era la banca : “Mi dovrebbe rientrare di euro cinque”. Ho provato a vedere se c’era rimasta qualche banconota volante fuori dalla finestra: era lì per strada,  a mezz’aria , un vecchio calzolaio la stava ancora inseguendo.

martedì 10 marzo 2020

Di questi tempi


Di questi tempi, per difendere la buona opinione che abbiamo di noi stessi, è necessario trovare un’idea alla quale aggrapparsi come il naufrago fa con la scialuppa. L’illusione è che questo “essere stupidi” che ci contraddistingue, quasi fosse medaglia d’onore contro il tedio del buon senso, possa essere definitivamente spazzato dalle priorità della vita le quali non consistano nella pratica dello “spritz” o dello “sniff”. Se dovessimo sovrapporre i negativi delle strade prima e dopo il coprifuoco, potremmo dedurre che la maggior parte delle persone in giro “prima”, non aveva un cazzo da fare. Ne l’efficienza degli spostamenti a vuoto consisteva l’apparenza alacre di sfaccendati senza meta e signore stanche di stirare panni. Si vive nel terrore che le vecchie nonne le quali mantengono la baracca dei nipoti con famiglia, spirino soffocate dal morbo orientale, interrompendo il flusso delle pensioni da sperperare dentro i distributori automatici di filtrini o i gratta e vinci strofinati compulsivamente davanti alle amichette ucraine. Mentre ci si tagga con spavalderia a biciclettare senza permesso nei comuni viciniori, con l’intento di andare in culo alla polizia, si ricacciano i mantra del “legger un buon libro” ben sapendo che il libro da leggere, si saprà se è buono solo dopo averlo letto. Intanto il conto si prosciuga a fare la fila uno alla volta per le scamorze e le persone che hanno paura anche solo a salutarti da lontano perché credono che, ad alzare il braccio, il contagio si diffonda anche dalle ascelle. Tutti si schifano di tutti e tutto viene schifato. Lo studio epidemiologico di una civiltà, non si effettua nei carotaggi sotto la calotta artica ma esaminando le vaschette delle noccioline degli aperitivi, dove decine di mani hanno ravanato con il gomito appoggiato al bancone. Anche Salvini appare più evanescente con il virus, utile solo in periodi di pace a stimolare pensionati statali, frustrati da incipiente “impotentia erigendi” e dal negro che ti fotte un euro per l’accendino scarico. Odiando tutti, vado solo, nonostante sia preferibile che stessi a debita distanza da me stesso. Se vedo qualcuno che si avvicina a dieci metri, tossisco rumorosamente, proiettando frutti del mio corpo sul marciapiede, onde evitare il “Comevatuttapposto?” No, non c’è nulla che stia a posto, va tutto di merda. Ecco, di questi tempi, eliminiamo il superfluo, torniamo all’essenziale: la merda, appunto.

domenica 1 marzo 2020

L'incoscienza di Zeno


L’esimio professor Jubatti, docente di lettere e storia presso il nostro pregiatissimo Liceo, avvolto nella sua nube di dopobarba dolciastro,  alle ore undici e trenta del 10 maggio  millenovecentottantasei, ci aveva ufficialmente rotto le balle.  Durante l’ennesima presa di coscienza di Zeno Cosini, del quale condividevamo solo il piacere della sigaretta,  ci rendemmo conto che la letteratura contemporanea serviva solo a far sì che gli angoli dei libri fossero buoni per farci passare le unghie sporche attraverso. Decidemmo di passare a l’azione. Il sottoscritto, Rocco “lu Gnè Gne”, Carlo detto anche “Acqua da li cujune” e Pierpaolo, stendemmo il filo della tenda posta a protezione degli enormi finestroni, in modo che potesse costituire un limite aereo per le nostre evoluzioni pallavolistiche. Così, mentre l’illustrissimo docente di cui sopra, continuava imperterrito a chiedersi se il fumatore triestino e Svevo fossero la stessa persona, noi quattro ci producevamo in un piccolo torneo di simil beach volley, con tanto di bestemmie. Jubatti non proferì verbo ma covò una vendetta silenziosa di cui fummo vittima durante lo scritto degli esami di maturità.  Stavamo sudando su Tacito, in quel giugno ventilato, brancolando su quattro righe di versione che non rendevano decifrabile il resto della consegna. I commissari di esame erano particolarmente distratti. Fu allora che il nostro prode membro interno, parve venirci in soccorso. Si avvicinò a noi quattro componenti del “quartetto” e suggerì la traduzione, illudendoci sul fatto che ci fossimo tratti da l’impaccio. Sotto l’occhiale dal vetro antiproiettili di quel ex allievo ufficiale di complemento, sposato con tanto di tocco dello spadino, sbarcato con ignominia da una lanciaerei solo per il fatto di aver festeggiato la sua promozione in un locale della costa ligure, tirando l’alba con quattro zoccole brasiliane e una bottiglie di Cristal versione magnum, si nascondeva il principe del male, il quale aveva architettato per noi “ribelli” la traduzione giusta per inchiodarci con un bel quattro allo scritto. 
Se avessi ascoltato “mammà” a quei tempi, mi sarei applicato a di più sulle depressioni di Svevo, lasciando perdere i miei brufoli da un chilo e le tecniche per lasciare fuori le scarpe a far loro prendere aria senza seccare le piante.  Fu solo davanti alla commissione, durante gli orali, che ci rendemmo conto del i frutti amari delle vendetta professorale. Neanche una giaculatoria ciceroniana avrebbe potuto colmare il sottovuoto cosmico della nostra media. Sbattemmo i denti, annaspammo, supercazzolammo, maledicendo gli dei immortali e le idi di marzo. Ci promossero solo perché avevamo rotto il cazzo e non ci volevano tra i piedi, l’anno seguente. Di quella mattina, ricordo il ritardo con il quale arrivai a scuola e Jubatti alla finestra che mi incitava a far presto per non aver la sconfitta due a zero a tavolino. Mi presentai con una paio di Clark rosse e blu, jeans scoloriti e la t-shirt di un gruppo rock tedesco, il look giusto per far raggrinzire il contorno labbra della professoressa di storia, una vecchia zitella teramana la quale, mi raccontava chi mi aveva preceduto, gradisse fare colazione con salamelle a base d’aglio.  Dell’esame ricordo poco ma quello che mi rimase impresso per il resto dei miei giorni fu quando, una volta terminata la prova e uscito da l’edificio, mi voltai per salutare la mia vecchia scuola con il gesto dell’ombrello: alla finestra c’era Jubatti il quale, ormai libero da ogni apparente impegno morale verso i suoi studenti, anticipo il mio saluto con un ghigno rivolto alla mia persona mentre con la mano, stringeva i suoi attributi, sventolandoli in mia direzione, quasi volesse esortare il sottoscritto ad usarli come appiglio.

sabato 14 dicembre 2019

Barbarism begins at home


Uscire da un social network dopo tanti anni è operazione dolorosa. Nel 2006, complice la facilità di accedere alla rete da parte di mio fratello, usavo passare il dopocena in camera sua davanti al computer. Avevo già avuto qualche approccio con internet nel 1996, collaborando con un ufficio comunale della mia città. Fu solo dieci anni dopo che mi avvicinai a questa neonata “piattaforma di socialità virtuale”. La possibilità di caricare foto, scambiare commenti su fatti o persone, condividere passioni o desideri, mi illuse sul fatto che avrei potuto parlare con i miei conoscenti o amici anche solo rimanendo seduto a casa davanti al pc. Credevo che il mondo intero mi leggesse e qualsiasi cosa avessi detto, avrebbe influenzato l’opinione pubblica quasi che fossi un oratore sul piedistallo ad arringare una folla immensa. Iniziai così a regolare la mia vita in base a ritmi che mi avrebbero consentito di ritagliare del tempo da dedicare alla rete. Dapprima con discrezione e goffaggine, in seguito con assiduità quasi maniacale. Con gli anni non stavo cambiando solo io ma anche quelli che come me, erano dentro il social.  Si andava sviluppando una sorta di luogo nel quali tutti, complice la mancanza di corporalità dei rapporti, avevano la possibilità di sfogare le proprie frustrazioni sugli altri: dalle insoddisfazioni sentimentali ai problemi di lavoro e di salute, alle difficoltà economiche dovute alla crisi che sarebbe esplosa alla fine del decennio. La mancanza di corporalità e quindi l’impossibilità di provare dolore fisico, spingeva le persone ad andare oltre il normale dibattito civile, sicuri di non essere colpiti o feriti. Una sorta di invulnerabilità da schermo che spingeva a disertare il lettino dello psicologo per risolvere tensioni e incomprensioni contro la sagome-bersaglio degli altri. Nonostante ne percepissi il pericolo, per un certo periodo, mi sono fatto coinvolgere in discussioni sterili nelle quali, per quanto apportassi contributi interessanti e ne ricevessi altrettanti, nessuno cambiava idea, nessuno era capace di confessare l’errore o il malinteso, spingendosi verso la pratica della negazione della verità pur di non essere perdente. Ci fu il periodo dell’autoscatto che accrebbe il proprio io, spazio atemporale nel quale proiettare la propria immagine filtrata dallo specchio di Dorian Gray. Piacersi, amarsi, venerare la propria opinione, cercando di essere migliori della propria intima natura, terrorizzati dallo scoprire sul tavolo le proprie debolezze, i propri limiti, i propri no. Così il tempo è passato, rinunciando a qualche passeggiata, un buon libro, un centimetro in più nell’altezza dei figli, una ruga che veniva scavata ai lati della bocca. Ci sono stati momenti piacevoli nei quali, ho ritrovato lontanissimi amici con i quali mi impacchettavo nelle cabine telefoniche per dare appuntamento agli altri il sabato pomeriggio. Qualcuno mi ha mandato foto di cose che avevo dimenticato, di persone scomparse, di avventure vissute veramente. Tutto si è appiattito nell’abitudine allo stupore, nel qualunquismo del dolore, nell’assuefazione alla vanità scomposta. Ho vinto e ho perso un’elezione sulla rete. Ho perso l’umanità sulla rete, sono stato sempre sul pezzo nella rete. Un giorno, dopo aver passato a sguazzare nel grottesco dei commenti, nell’analfabetismo come caratteristica vincente, nell’allarmismo bigotto, nella deitalianizzazione dello scritto, ho capito che, quando sarei stato troppo vecchio, non avrei potuto raccontare agli altri cosa avevo fatto in questi ultimi quattordici anni  ma come li avevo passati stando davanti al computer. Ho detto basta, sono uscito senza salutare, ho lasciato i miei mal di stomaco nell’account. Ho deciso di ritornare alle mie pagine sul blog dove ognuno e nessuno è il benvenuto.

domenica 24 novembre 2019

Le colpe dei figli ricadano sui padri



Sono le ore diciotto. Siamo arrivati alla fine di marzo. Ha smesso di piovere da poco e mi trovo in fila, con il mio furgone, all’ingresso del paesotto che per comodità sigleremo per O. Il mio stereo quasi a palla produce vibrazioni profonde nella carrozzeria del mio van, causate dal basso di Jaco Pastorius. Aspetto distrattamente che la fila di auto proceda. Davanti a me uno scooter, guidato da una ragazza, è posizionato sulla destra. Allo scoccare del verde, la fila avanza con un sobbalzo. La ragazza accelera nervosamente ma la strada resa viscida dalla pioggia , fa sbandare il motorino. La ragazza perde il controllo e finisce a terra. Io mi trovo immediatamente dietro e assisto a tutta la scena con un misto di sorpresa e disappunto. La ragazza si rialza ma è visibilmente dispiaciuta. Istintivamente scendo dal furgone per prestarle soccorso. La giovane non ha riportato danni ma piange amaramente guardando lo scooter. Noto subito che la motoretta è nuova fiammante e questo costituisce il motivo del suo pianto. Le chiedo se ha bisogno di aiuto e tento di rialzare il ciclomotore. “Lasci stare quella moto”! Dalle mie spalle odo una voce in tono di comando e uno scalpiccio di tacchi in cuoio. Mi giro. Un ometto, baffi riportino e occhiale di foggia antica, sta correndo verso la scena dell’incidente mentre le altre auto passano oltre, curiosando noiosamente. “La stavo solo aiutan…” Non riesco a finire la frase “ Lei stia zitto!” mi apostrofa il tipo, rivolgendosi alla ragazza “Cosa è successo, signorina”? Il tizio interroga la giovane ma lei piange e riesce solo a bofonchiare qualcosa. Rimango senza parole e non mi rendo conto subito della situazione” Io…”, vengo nuovamente interrotto. “Non l’ho interrogata, deve essere la ragazza a dirmi cosa è successo veramente!”. Poi si rivolge nuovamente a lei “ Su, mi dica, sono un assicuratore”. In questo momento comprendo quale ipotesi, questo ometto, venuto dal nulla, abbia potuto formulare nella sua testa: Io, individuo fuori dall’aspetto standard di persona di cui fidarsi, ho causato la caduta della giovane dallo scooter e ora sto approfittando per  inquinare la scena del sinistro rialzando la suddetta moto e lasciando la giovane al suo destino. Per fortuna, la ragazza ha il buon senso di rispondere al tizio. Discolpandomi completamente. Aspetto invano delle scuse ma ricevo solo le sue spalle. Ho troppa fretta per acchiapparlo per il bavero e insegnarli l’educazione, sono impietrito, non so cosa dire. La scena in sé stessa ha occupato il tempo di un minuto ma le azioni e le intenzioni mi hanno raccontato tutta la vita di quell’uomo e come egli si ponga nei confronti degli altri. Mentre mi rimetto alla guida, allontanandomi, guardo lo specchietto retrovisore per sincerarmi che la ragazza stia bene. L’uomo le è ancora vicino. A questo punto mi viene il dubbio che la mia innocenza possa trasformarsi in una colpa. Quell’uomo, quel piccolo essere dal riporto leccato, potrebbe spingere oltre il limite la sua attitudine a ricercare la situazione nella quale sguazzare, me lo immagino dire alla ragazza: “Mettiamoci d’accordo, io sono assicuratore, posso testimoniare, dichiariamo che quel furgone , con una mossa azzardata, ti ha fatto sbandare e diamo la colpa a quel barbuto con gli orecchini. Secondo me è disonesto già dall’aspetto, forse usa droga e maltratta figli e moglie, forse è un ladro. Vedrai, caveremo soldi dalla sua assicurazione. Si vede dalla faccia quanto sia colpevole geneticamente.” No, la mia mania di persecuzione non può spingersi oltre. Forse sono colpevole veramente, quel tizio ha ragione. Non avrei dovuto fermarmi, avrei dovuto farmi i cazzi miei, perché c’è sempre un assicuratore fermo ad accorrere sulla scena dell’incidente per dare la colpa a qualcuno. Adesso torno indietro e mi invento qualcosa tipo: in effetti l’ho fatta cadere io la ragazza e l’ho minacciata in modo che lei desse la colpa dell’incidente all’asfalto bagnato e alla sua imperizia. L’ho fatto perché avevo fretta, non avevo la patente in regola oppure stavo trasportando della droga ed un contrattempo avrebbe rovinato i miei piani criminosi.
Potrei vedere così, il volto dell’assicuratore illuminarsi, per il fatto che aveva ragione a non fidarsi, perché quelli con il mio aspetto sono tutti dei poco di buono. Avrebbe chiamato i carabinieri per verbalizzare la mia confessione ed essere sempre più convinto che la sua condotta fosse quella giusta. Sarebbe stata la glorificazione della sua faccia schifata quando mi ha apostrofato. Lo vedo, seduto davanti al televisore, vomitare improperi contro il malcostume di quelli come me, con l’aspetto di sovversivi, pronti a sfidare l’ordine costituito in virtù del loro aspetto, gente che non oserebbe mai celare la calvizie come fa lui, sotto un riportino appiccicato sulle tempie con il gel, uomini pronti ad ostentare un’oscena calvizie, una scoppatura eversiva.Per fortuna sono oltre l’incrocio e l’impossibilità di poter fare un’inversione a “u” mi salva dal mio proposito suicida. Immagino l’assicuratore dagli occhiali alla Rick Moranis, tenere sulle sue ginocchia i suoi figli ed insegnar loro i rudimenti della diffidenza verso il prossimo, dell’andare in culo agli altri per avere successo, della sopraffazione, del saper riconoscere l’abominio da un abito, un pelo fuori posto, una maglia peccaminosa, una scarpa pornografica. L’assicuratore è un Tognazzi in un episodio di un film di Risi: “Educazione sentimentale”. All’improvviso, il suo volto mi riconduce alla sua prole! Sì, io conosco i suoi figli, in particolar modo una, la quale ha intrapreso una carriera politica con i mezzi più squallidi. Come riavvolgessi un nastro, tutto diventa più coerente con quello che conosco di questa persona quasi che, conoscendo la sua progenie, avessi dovuto prevedere il comportamento del padre. Se avessi avuto più spirito e più memoria, avrei potuto girarmi, dopo l’incidente e prevedere, dal rumore dei suoi passi e dal suo riporto, quello che mi avrebbe detto. Lo avrei dovuto anticipare, urlando: “So chi è sua figlia quindi lei ora mi dirà delle cose di merda!” Sarebbe rimasto basito, muto, in mezzo alla strada, distrutto da una verità la quale invece si è tramutata in menzogna nei miei confronti. La colpa di un figlio sarebbe potuta ricadere, per la prima volta, sul padre.

mercoledì 9 ottobre 2019

La settimana delle uova


Essere dei poveri, di questi tempi, è un lusso proprio di coloro che vogliono provare il brivido della caducità. Non si tratta di essere poveri come nei quadri del verismo dove, madri morenti allattano al seno bimbi smunti, mentre il padre, alla porta della baracca, si attacca impudicamente ad un fiasco di vino. Oggi la povertà ha un suo stile, possiede linguaggi, che possono essere utilizzati a proprio favore, trasformando un povero vero, in un uomo assolutamente anonimo all’interno di un gruppo, nell’illusione di condividere lo stesso tenore di vita. In questo tempo sospeso, tra gli altri, un povero come me, si muove, sfruttando al massimo tutte le risorse che ha perché la sua sciatteria sia considerata un atteggiamento neodandista, talmente portato all’estremo da risultare invidiato da persone facoltose ma prive di qualsiasi qualità umana. Ho fatto il classico, questo può deporre a mio favore quando si tratta di ricordare passaggi di testi classici, da recitare rigorosamente in greco antico. La cosa non funziona quando vado al cementificio perché, in genere, il mio interlocutore, un magazziniere con l’occhio iniettato di sangue per l’abuso di pessimo vino da discount, preferisce vantarsi del suo novissimo calendario da camionista nel quale, la pratica della depilazione femminile, è cosa misconosciuta. Per mimetizzare le povertà, con gli altri, si può ricorrere alla boutique cinese. Basta acquistare svariati capi, per pochi euro. Si otterrà, dopo qualche tempo, la possibilità di sfoggiare indumenti sempre diversi ma si riempirà l’armadio di inutile ciarpame il quale, a causa del pessimo tessuto, anche dopo lavato, continuerà a puzzare di calzini sudati. Le caratteristiche dei locali, oggi, fanno sì che io possa rimanere fuori da essi, per ore, senza per questo consumare nulla, approfittando per chiacchierare con qualche amico. L’importante è che la gente mi veda. Tuttavia, è in casa, che la povertà non può essere nascosta. Il frigorifero è la bocca della verità, che si spalanca impietosa, su di me e sui miei familiari, ogni volta che le finanze languono. Le prime cose che si notano, nel frigorifero del povero, sono due mele rinsecchite e mezzo limone, nello scompartimento frutta. Di seguito, sullo sportello, alcuni barattoli smezzati, dalla maionese ad un recipiente nel quale, l’ultima alice è pietrificata nell’olio addensato e giallastro. Su tutto, la cosa più importante: le uova.
 Questo alimento può rappresentare la salvezza per una famiglia di quattro persone, quando viene gestito in larghezza come nel caso di una frittata. Non importa lo spessore, la cosa essenziale è l’estensione dello spicchio spettante ad ogni commensale. E’ dimostrato, infatti, che l’occhio riesce ad inviare la sensazione di sazietà allo stomaco, quando viene ingannato. Se nel frigo c’è un cespo di lattuga, il piatto è pieno.

domenica 15 settembre 2019

La faccia di Roma



Era da tanto che non visitavo Roma con questi occhi. Anni fa, quando la città era completamente diversa eppure immota con la sua immagine di un’isola delle meraviglie, ad ogni angolo, tra una foglia scolpita da Borromini ed una bottega polverosa, si potevano ascoltare le voci schiette dei pizzicagnoli. Tutto mi sembrava perfetto per i miei diciott’anni che poi sono diventati venti, ventiquattro, ventotto. In quegli anni di gioventù, ogni volta che visitavo la città, cercavo le mie bolle di felicità, percorrendo i vicoli, fotografando le facciate barocche, rifugiandomi tra le colonne di San Pietro, passeggiando a sera lungo il Tevere, commuovendomi come un vecchio nei tramonti di Villa Borghese. Una metropoli di campagna nella quale perdersi , dove non eri nessuno e per questo potevi diventare qualcuno. In questi trentacinque anni di continuo prendersi e lasciarsi, l’ultimo incontro fu pieno di emozioni e sofferenze allo stesso tempo. Era un Capodanno piovoso: lo trascorremmo tra una mostra di Caravaggio e i luoghi di una città totalmente trasformata da una antropizzazione multietnica e alienante. Roma mi appariva proprio come un’opera di un’artista in cerca di segni e simboli. Dove erano i miei vicoli pieni di voci dalle botteghe, dai portoni tarlati, dalle vespette attaccate ad un palo con la catena? Una sola cosa mi rimaneva ancora: i campanili alti che si stagliavano da una folla eterna di cerulei turisti, di filippini che ti volevano appioppare ombrellini inutilizzabili e rose, l’odore di cipolla come in qualsiasi posto del mondo e i sacchi di riso per le famiglie numerose. L’altro ieri ci sono tornato, dopo tanto tempo. Questa volta i monumenti li ho lasciati stare. Incomincio ad essere vecchio per commuovermi davanti a pietre disposte in modo regolare. Ho voluto osservare le persone. Gente che si muove lungo le strade, che scende le scale, uomini e donne che aspettano un mezzo pubblico. Nei segni del tempo sulle guance, nelle rughe della fronte, negli occhi , si possono ascoltare le storie di una città. Ho scoperto un’altra Roma, quella
 dei colori diversi, dei linguaggi più incomprensibili. Mi sono perso nello sguardo degli indiani con le buste della spesa che tornavano a casa, seduti nella metro, dei senegalesi vestiti come dei rapper, dei pakistani nelle fritterie, dei filippini che parlavano quattro lingue mentre servivano in pizzeria. Roma è il centro del mondo perché il mondo sta dentro Roma. Ho immaginato la stessa scena qualche millennio fa, quando la città era la capitale dell’Impero e moltitudini di uomini da tutte le terre conosciute, giravano per le sue strade in una Babele di lingua e costumi. I veli cobalto che incorniciavano i volti delle donne indiane sono gli stessi che scendono da un autobus di linea. Nei quartieri ottocenteschi dove le fontane funzionano ancora, gli atrii dei palazzoni, ospitano accademie, fondazioni, famiglie borghesi con il terrazzino pieno di rose. Al piano terra i parrucchieri cinesi accolgono chiassosi ragazzi di colore. Il sole taglia le chiome degli alti platani mentre i vecchi portano i cani a spasso e le badanti polacche spingono pesanti portoni. Su tutto rimarrà un’immagine, quella sì commovente: la piccola donna di servizio messicana, seduta davanti a me sull’88. Da un cellulare con il vetro rotto, guarda sorridendo le foto del nipotino lasciato dall’altra parte dell’oceano, il quale avrà un futuro grazie anche a questa nonna che lavora, instancabile, nella casa di una famiglia romana. Nei suoi occhi forse ho visto il Dio che non conosco ma è più forte di qualsiasi odio per lo straniero.

martedì 21 maggio 2019

Born to be coglione



Lo sguardo perso tra un Oscar Giannino al quale abbiano ammazzato il gatto e l’espressione di Austin Powers mentre guarda Madonna che canta “Beautiful stranger”. La stagione non decolla.  In attesa che qualcuno venga a dirmi che il furgone funziona e di non preoccuparmi che tanto “ i soldi per la bolletta sono nel cassetto della scrivania”. No, non ci sono riuscito, in cinquant’anni a diventare una persona seria. A patto che ci si metta d’accordo sull’accezione del termine. Gli amici mi dicono di scrivere: non ci fu persona più indisciplinata di me nel buttare al vento questa possibilità, visto che riesco a scrivere un racconto da capo a piedi in solo venti minuti, salvo poi perdere il resto del tempo libero a disposizione, smanettando sui siti di silver porn. Altri miei simili, totalmente privi di talento ma disposti a tenere il sedere attaccato sulla sedia della scrivania per ore, costruiscono fame e fortune per le quali varrebbe la pena mandare affanculo le fabbrichette nelle quali lavorano. Io non sono mai riuscito a disintossicarmi dal libro più importante della mia vita: “Martin Eden” di Jack London. Ho perseguito, con estrema caparbietà, le strade dei bassifondi e dei lavori umilianti, pensando che questa sorta di espiazione ascetica, avrebbe contribuito ad intagliare la grezza scorza del mio io letterario, fino a ricavarne un puro diamante. La storia finisce male perché Eden e London scompariranno nel grande nulla dei loro suicidi, una volta presa coscienza che più di così non si possa. Qui siamo ancora all’anno mille, tra una fogna da sturare e l’attesa di qualcuno che venga a caricare i tuoi bidoni vuoti. Allora ti adatti, al romanzo per anziani, mentre moriture lettrici lasciano sale ricche di quadri romantici, perché il pannolone è ormai pieno e la dentiera si è staccata. Confido ancora che qualcuno venga a dirmi in faccia che è meglio lasciar perdere, perché i sogni hanno una loro scadenza come il latte della centrale e bisogna capire il momento della ritirata prima che tutto diventi stracchino. Praticare l’arte del coglione consente di passare indenne attraverso le crisi del padre non più giovane il quale, benevolmente, si bea dei piccoli complimenti paraculi, fatti dalla prole, il tutto per vedersi estorcere fine settimane a scopacchiare con fidanzati e affini. Articoli dentro periodici locali tra la ricetta del porco in umido e le notizie sul calcio a cinque dei finanzieri in pensione. Essendo tristemente esaurito il filone della politica locale, il  tentativo è stato quello di passare agli editoriali sui grandi temi della vita o la bellezza delle aiuole. La pletora dei concorsi letterari diviene l’ultima spiaggia sulla quale approdare per dare una spennellata all’autostima, contendendo le semifinali al bancario in pensione che si è fatto raccontare le storie dal vicino bersagliere nella campagna di Russia. In premio, al vincitore, una targa in silver plated, raffigurante una veduta di Posillipo vecchia ed uno scatolone di pasta senza glutine. MI chiedo quale senso abbia scrivere se non ho le pene d’amore o so non partecipo, con sdegno, alla lotta proletaria, contro un imprecisato pericolo che mette duramente a rischio i diritti del varano di Comodo. Provo a scrivere lettere minatorie conto terzi, stando attento a ritagliare dai quotidiani, le lettere da incollare con la coccoina. Anche lo stile nei preventivi mi sta abbandonando. Anni fa, nell’innamoramento dell’edilizia, ero all’elenco dovizioso e particolareggiato di materiali e lavorazione, illudendomi che il cliente avrebbe apprezzato. Oggi, sono una frase mi rende contento: “non si fa credito a nessuno”. Non più.

sabato 6 aprile 2019

Il cavaliere rosso


La prima memoria che ho di un oggetto a ruote è di un ciuchino di plastica rosso con le orecchie che si giravano. Il giochino che dovevo spingere con i piedi, mi consentiva grandi avventure lungo il corridoio dell’appartamento in via Ronchi a Milano. Non era facile, a quell’epoca avevo due o tre anni. Il problema era dato dal fatto che fosse consuetudine per le brave padrone di casa, passare la cera sul lugubre pavimento di marmo e questo impediva il giusto grip che mi consentisse di darmi una spinta sufficiente. Mia zia e mia madre, un giorno, si divertirono a vestirmi con una ridicola cuffietta che mi faceva sembrare uno di quei cicciobelli da collezione. Avevo dei lacrimoni incredibili. Fu quella l’occasione per fotografarmi in quella tenuta che mi avrebbe lasciato un trauma per il resto della mia vita insieme a un desiderio represso di fare la drag queen. Le orecchie di quel cavallo fungevano da calmante per il dolore causato dai miei denti che crescevano in modo disordinato. Le masticai fino a scolorirle. Tuttavia l’asinello fu un buon inizio. La sorpresa maggiore si presentò quando ci trasferimmo in un appartamento al piano terra, sempre nella stessa via. L’appartamento aveva un giardino, nel quale era piantata una bellissima magnolia. Il piccolo pezzo di terra, relativamente spoglio si affacciava direttamente sul marciapiede e sulla strada. Andavo ancora all’asilo e, in quel periodo, mio padre aveva acquistato un maggiolino rosso. Una sera i miei genitori si presentarono a casa con uno scatolone enorme. Figuratevi il mio stupore quando, aperto il contenitore, vidi quella bellissima replica della macchina di papà, dotata di un paio di pedali di ferro. Quello che diede da pensare ai miei familiari fu che, passati i primi attimi di gioia, riversai la mia attenzione verso lo scatolone, lasciando perdere per una decina di giorni il contenuto. Della macchinina non me ne fregava niente. Volevo inventarmi le avventure più incredibili in quello scatolone. Mi sono sempre chiesto cosa mi passasse per la testa: preferire in contenitore al contenuto. La scelta, cosa che ho realizzato dopo tanto tempo, non fu dettata dalla superficialità tipica di un atteggiamento infantile ma dallo scoprire le potenzialità creative dello scatolone: con quel coso a forma di cubo inventai le migliore avventure che un bimbo solo, nella sua cameretta, di pomeriggio, avrebbe potuto inventare. Una nave, un castello, un rifugio, un fortino. Un oggetto che nella sua essenzialità era potenzialmente trasformabile in tante cose. Scesi nuovamente sul piano terra quando mio nonno acquistò per me la prima bicicletta: era una Graziella blu con un paio di rotelline grigie. Rimasi sconcertato che fosse piegata in due, in seguito scoprì che si poteva congiungere tramite una cerniera al centro del telaio. Scorazzavo intorno alla palazzina del Torrione a L’Aquila, insieme ai miei amici dell’estate: Patrizio, Stefano, Cesare e Mauro. Fino a quella sera quando, levate le rotelline laterali, dopo vari tentativi, riuscì a pedalare tenendomi in equilibrio. Capì che era iniziato qualcosa d'importante per me nel momento in cui, per l’emozione, un piccolo rivolo caldo mi scese lungo una gamba..

giovedì 14 marzo 2019

La nuotata del bradipo


Ho sempre avuto una sorta di trasporto per due animali in particolare: l’elefante e l’asino. L’elefante è l’animale che più di tutti rappresenta per me, il tempo. L’asino invece ha un valore affettivo. Sull’asino rivedo i miei bisnonni e l’origine della mia famiglia. Quando vedo un ciuco provo una sorta di raptus. Se sono in macchina o in bici, devo fermarmi. Nel caso di questi due animali, il mio corpo si comporta stranamente: mi estraneo dal contesto, sono tutto concentrato sull’animale. Nulla è più importante del cercare un contatto. Per l’asino è facile: ultimamente molte case di campagna hanno iniziato ad averne uno. Incontrare un elefante è più complicato, l’ultimo l’ho visto allo zoo di Napoli e non era per nulla contento della sua condizione. In ogni caso, ho provato a cercare delle ragioni per le quali io sarei così attratto da queste bestie. Non ho nulla che mi accomuna nell’atteggiamento e nel carattere. Solo di recente ho trovato un quadrupede che ha cambiato il mio modo di pensare nel profondo: il bradipo. Mentre facevo dello zapping, ho trovato un documentario che parlava delle grandi città del sud America, così vicine alle foreste e di come, talvolta, la fauna selvatica, potesse occupare alcuni territori fortemente antropizzati, subendone le conseguenze. Si parlava appunto del bradipo e di una associazione che li salva, quando attraversano, a rischio della vita, delle strade fortemente trafficate. 
Chi ha visto un bradipo conosce la sua proverbiale lentezza e l’impossibilità di reagire velocemente ai pericoli imminenti. Il bradipo è una sorta di drugo, che vive la sua dimensione di animale lento e assolutamente vulnerabile. Qualsiasi altro essere vivente , nei millenni, avrebbe potuto trasformare le sue debolezze, per istinto di sopravvivenza. Il bradipo no. Quello che mi ha colpito di più, nel documentario, è stata una ripresa fatta dal fondo di un fiume impetuoso, di un bradipo che nuotava da una sponda all’altra. Sono rimasto estasiato dall’eleganza distaccata delle sue bracciate lentissime, con queste zampe dotate di unghie enormi. Il bradipo era totalmente impermeabile all’urgenza del cercare una salvezza. Nuotava quasi al rallentatore con una regolarità ed una calma, dovuta alla sua natura di animale quasi rassegnato ad una probabile sconfitta da parte degli elementi naturali. Non c’era alcuna urgenza: l’animale era cosciente della sua essenza di essere indifeso e ostinatamente praticava la lentezza come inevitabile, un piacere nel lasciarsi andare a qualsiasi destino gli si sarebbe prospettato con quella condotta al limite dell’inerzia. La nuotata di quel bradipo somigli alla mia vita: ho deciso che gli sforzi, gli affanni non siano utili se la nostra natura non è destinata a sopportare determinati ritmi. Così nuoto nel fiume in piena, sperando di cogliere il meglio nella lentezza, nella pausa che mi permette di osservare piccoli cambiamenti del cielo o il sapore di un vino fresco da bere. Se suona il telefono e ho appena acceso un sigaro, preferisco gustare la prima boccata piuttosto che rispondere. Voglio sentire l’umido della sera, quando vado a correre magari rallentando il mio passo, lasciando che la corsa sia solo il contorno di un momento da ricordare. Lavoro passando il pennello una volta in più, quando la vernice fa rumore sul muro e colore riempie la parete. Come il bradipo sull’albero, resto aggrappato a questa vita, intuendo che non sarà ancora per molto. Tuttavia voglio tagliare i miei giorni a fondo come si fa con un cocomero ghiacciato pregustandone il sapore, nel momento in cui le labbra si stringono sulla polpa.

lunedì 4 marzo 2019

L'accendino rosa

Ho un vizio, tra gli innumerevoli, che mi porto dietro da oltre vent’anni. E’ un vizio ad intermittenza, nel senso che ne rimango vittima per alcuni mesi salvo poi starne lontano per altrettanto tempo: mi piace fumare i toscani. All’inizio lo consideravo più un vezzo, dato che il modo di fumare un sigaro richiede una certa dimestichezza, essendo totalmente diverso dalla sigaretta. Durante i primi anni, quelli della passione pura, aderii persino ad un sedicente club del Toscano, andando in giro per l’Abruzzo a sfumacchiare insieme ad altri, accompagnando il tutto con distillati e cioccolati. Arrivavano gli esperti dalle concerie lucchesi, a spiegarci lavorazioni delle foglie di tabacco, le stagionature e gli abbinamenti con gli alcolici. Per farla breve: una setta di crapuloni nella quale mi confondevo bellamente, nonostante non avessi una lira già da quei tempi lontani. L’illusione di essere un manager rampante con tanto di barca ormeggiata al porto di Pescara e il maseratino per andare a sciare a Chamonix. Facevo i salti mortali per nascondere la mia Ford station wagon di seconda mano, nei parcheggi dei locali adibiti a cotali riunioni del vizio. Spesso mi colpiva un aspetto, che avevo notato in altri consessi quali le fiere dei materiali edili: la donna utilizzata come hostess di bella presenza, la quale andava in giro per i tavoli a dispensare i sigari scelti all’uopo per procedere alla degustazione. I più smaliziati nell’accettare quei sigari, già formulavano improbabili congiunzioni carnali con le suddette ragazze, in un clima nel quale l’odore del testosterone superava quello pur deciso del Toscano. Ero colpito dal capitolo riguardante il mezzo per accendere il sigaro: mai utilizzare gli accendini a benzina che avrebbero impregnato il sigaro irrimediabilmente, preferibili erano i fiammiferi, ma bisognava aspettare che la fiamma arrivasse al legno del bastoncino per evitare che la prima fumata sapesse di zolfo. Un buon compromesso era dato dagli accendini a gas, visti senza infamia ne’ lode dai puristi. Il sigaro ha la forma del pene: nel vizio del fumo si concentra un insieme di visioni, desideri, aspettative e soprattutto attese che caratterizzano una combustione la quale ha inizio e , irrimediabilmente, un termine, proprio come nell’atto sessuale. Non ci ho mai pensato veramente in questi ventidue anni. Ho vissuto alcuni momenti belli della mia vita soprattutto perché sapevo che dopo avrei acceso un bel Toscano a completamento della splendida giornata. Dopo il periodo della passione è arrivato quello della consapevolezza e dell’abitudine, tempo nel quale dovevo decidere orari e qualità della mia fumata: un Toscano Garibaldi o extravecchio poteva andare se avevi iniziato la giornata con focaccia e prosciutto, un Antico era più gradito dopo un pasto. Avevo aperto una parentesi con i cubani ma i sigari sudamericani hanno bisogno di lentezza e ozio,  come se tenere in bocca un Macanudo ti facesse uscire da un romanzo di Amado. I toscani li preferivo, perché potevo lavorare in mezzo alla polvere con il mozzicone spento tra le labbra, una sorta di antidoto alla sporcizia, al puzzo delle vernici, agli schizzi di cemento, alla segatura. Guardavo con una sorta di venerazione, le fotografie contenuti nei libri sul Toscano che avevo collezionato durante gli anni, mi colpivano i volti ruvidi dei contadini, dei pescatori salernitani con i loro ammezzati in bocca, mentre tiravano su le reti, dopo aver fatto colazione con le alici sul pane ed un bicchiere di vino. Il tutto in un clima maschiale, peloso e volitivo. Con il tempo, feci una cernita dei tabaccai migliori nei quali acquistare i sigari ( guai a comprarli nei bar!), rivendite nelle quali avrei potuto trovare il mobiletto deumidificatore. Riuscivo a capire da subito la qualità del tabacco, premendo leggermente la pancia del sigaro, se troppo stagionato o troppo fresco. Abbandonai le scatole di fiammiferi, per questioni di praticità e comodità, preferendo l’utilizzo del semplice accendino a gas. Adesso, nonostante tanti anni di fumate e tante storie ad esse legate, la cosa che più mi è rimasta impressa è il momento dell’acquisto dell’accendino. Può sembrare strano ma, ogni volta che chiedo un accendino al tabaccaio, egli direttamente evita di darmi quello colorato di rosa e dirige la sua scelta verso altre tonalità. Perché? Cosa c’è di strano in un accendino rosa? Vi posso assicurare che questa cosa mi accade sistematicamente ad ogni acquisto di accendini. All’inizio la cosa non mi turbava, ora rappresenta un gesto insopportabile tanto è vero che io rifiuto la scelta arbitraria fatta dal tabaccaio e chiedo espressamente il rosa, sotto lo sguardo attonito del commerciante, spiazzato da un muratore sporco di cemento con mezzo toscano in bocca. Ciò accade anche se chi è addetto alla vendita è una donna. Perché il rosa alle femmine e l’azzurro ai maschi? Nella vendita di un oggetto si nasconde la forma mentis della persona e non è necessario indagare oltre per capire che le categorie si precostituiscono già dalla più tenera età, con la colpevole responsabilità dei genitori e degli educatori. Il maschio è l’azzurro, come il principe, come il blaue reiter, come il fiocco sul grembiule delle elementari. Il rosa è femmina, come la carne, come la rosa rosa, come il Monte Rosa. “ Questa cosa mi sembra un po’ da femmine, questa invece un po’ da maschi”. Che significa? Nello sguardo stranito del tabaccaio che rimette a posto l’accendino, scelto al posto mio e prende quello rosa, noto tutta l’impossibilità di costruire i rapporti umani basati esclusivamente sul rispetto delle dignità altrui. L’ultima volta, una ragazzina, forse figlia del titolare della tabaccheria, con la gioia di chi ha appena iniziato a lavorare, alla mia richiesta di un accendino, ha allungato la mano sul contenitore nel quale tre accendini rosa erano lì da soli, distanti dagli altri diversamente colorati, prendendo quello nero che era in ultima fila. Ho gelato le sue sicurezze dicendole: “ Non fa niente, mi dia quello rosa, non diventerò frocio solo per questo

sabato 23 febbraio 2019

Il puzzo della vittoria



Sto gonfiando il karma. Mi sto preparando psicologicamente. Tutto accadrà quanto prima. Ho già allenato la mente con una serie di sogni di felicità distribuiti, in ordine sparso, durante le mie notti disturbate. Sono progetti di cose concrete che realizzerò non appena  quello che ho previsto, succederà, stravolgendo la mia vita e quella dei miei cari: vincerò all’Enalotto o trovando il Gratta e Vinci fortunato. Non sono quando ma sarà così. Non una cifra esorbitante ma la giusta quantità di denaro, sufficiente a coprire i miei debiti e realizzare le cose che mi permetteranno di vivere in serenità l’ultima parte della mia vita. C’è solo un ostacolo da superare: non gioco. Il fatto è che costa troppo e ogni volta che entro in un bar o una tabaccheria e potrei acquistare un biglietto vincente, evito di farlo, preferendo tenere in tasca i miei soldi. Per ottenere risultati ci vogliono disciplina, impegno e caparbietà, tutte doti che a me mancano. Dovrei minimizzare i costi, facendo leva sull’ispirazione che mi condurrà senza grande esborso economico, ad entrare in una rivendita e acquistare, al primo colpo, il tagliando che mi cambierà la vita.
Mi vedo varcare la soglia di questo bar dove, muratori e camionisti sono intenti a guardare lo schermo sul quale, i n continuazione, vengono estratti numeri che non si allineeranno sulle loro schedine. Li vedrò accartocciare le loro matrici con una smorfia di disappunto. Sarà in quel preciso momento, il quale precede la formulazione di una nuova sequenza numerica da parte loro e la fila presso la ricevitoria, che si creerà un vuoto nel flusso dei desideri e delle speranze altrui. In questo nulla, sgombro dai sogni degli altri, io avrò i numeri giusti. La sequenza scorrerà inesorabile sullo schermo, mentre guarderò attonito l’allineamento astrale sulla mia schedina. Sarò percorso da un rush caldo e tuttavia dovrò camuffare una certa indifferenza nonostante la felicità inizi a pervadere la mia anima. In quel momento avrò gli occhi puntati addosso e dovrò stare attento perché i miei contendenti potranno circondarmi e, in combutta tra loro, strapparmi dalle mani la cedola vincente, per appropriarsi dei miei denari e sotterrarmi nel retro del bar, dopo aver fatto a pezzi il mio cadavere. Dovrò uscire dal locale con calma, entrare nel furgone, mettere la sicura e allontanarmi senza andare troppo di fretta, assicurandomi che i suddetti muratori e camionisti, accortisi in ritardo della vittoria, mi possano inseguire e buttare la mia macchina sotto un fosso. Arrivato a casa, potrò sfogare la mia gioia, urlando a squarciagola, nello sgabuzzino. In seguito, arriverà il mome
nto delle decisioni su come e se condividere la vittoria con la mia famiglia. Potrei comprare una buona bottiglia e annunciare l’accaduto a cena o realizzare tutto quello che ho progettato, di nascosto, simulando ancora per qualche periodo lo stato di indigenza, per poi fare una sorpresa agli altri. Ultima possibilità: potrei fare armi e bagagli, lasciare la maggior parte della cifra a mia moglie e alle mie figlie e fuggire nello Sri Lanka per realizzare il mio sogno di lavare elefanti per il resto della mia vita. Lontano da casa però, abbandonerei la mia famiglia nelle mani dei soliti muratori e camionisti i quali, dopo essere venuti a conoscenza del fatto che, nel bar da loro frequentato, c’è stata una grossa vincita, potrebbero risalire a me e oserebbero tenere in ostaggio i miei cari, costringendomi a tornare dallo Sri Lanka, lasciando i miei elefanti insaponati. Una volta tornato, sarei costretto, a cedere i denari vinti a questa banda di manovali, abbrutiti da anni di sconfitte alle slot machine, incattiviti da Gratta e Vinci grattati male, da numeri arrivati in sogno da zie e padri tornati dall’aldilà. Camionisti convinti che numeri ritardatari, prima o poi debbano uscire, in barba alle leggi del calcolo delle probabilità, come se i numeri avessero un’anima o fossero benevolenti verso chi li invoca continuamente. I numeri non sono riconoscenti, i numeri sono impietosi come quelli che contano gli anni passati a sognare dei sogni che ti permettono di sopravvivere, sperando in un domani migliore, domani che è appunto uno , il quale sommato ad un altro domani fa due. A forza di contare si arriva al giorno in cui, non avendo mai giocato, per paura di perdere, si è perso tempo e l’ultimo desiderio è quello che un bravo artigiano faccia un buon lavoro, quando verrai tumulato nel loculo. Lo sapevo: alla fine bisogna sempre fare i conti con un muratore.

venerdì 3 febbraio 2017

Il Grande bianco



Velia stava seduta sul mucchio di pietra solitario, al centro del grande stazzo, vicino a Beffi.  Si muoveva con prudenza, in quella primavera del 51’, aspettava un bambino. Non importava se maschio o femmina, l’importante era che Antonino non sarebbe andato a lavorare fuori dalla provincia, per stare vicino a lei, almeno il giorno del parto. La donna era lì, sotto al sole, Antonino era andato a prendere un po’ d’acqua da bere, in attesa della Littorina che li avrebbe riportati a L’Aquila. Dal vecchio rudere vicino udirono dei guaiti. Velia vinse la riluttanza del marito e si avvicinò al vecchio capanno. Accanto al corpo di una femmina di pastore abruzzese morente, c’era un cuccioletto in cerca del seno della madre. Velia si commosse ed il suo pensiero si rivolse immediatamente alla creatura che aveva in grembo: “Se anch’io morissi, cosa succederebbe a mio figlio?”. A sera sul treno verso L’Aquila, il suo grosso cesto di vimini nascondeva le vivande ed il piccolo cucciolo addormentato. Gli inquilini del casolare sotto la Stazione alla Rivera, dissero che quel cane lì non ci poteva stare. Antonino, decise di portarlo dall’amico, che aveva un orto proprio sotto il fiume Aterno. Lui e Velia andavano spesso a trovare il cucciolo ed il cane ricambiava le loro attenzioni con affetto smisurato, soprattutto nei confronti di lei. Si avvicinava a Velia e posava delicatamente il testone sulla pancia quasi percepisse la presenza di una piccola vita. In autunno Antonino e Velia si trasferirono su in città, il parto era imminente e decisero, a malincuore, che il cane non sarebbe venuto insieme a loro. Il cucciolone era lì, ogni giorno, vicino al cancello ed aspettava invano l’arrivo di Velia per poterle mettere la sua testa nel suo grembo. La piccola Rosaria nacque. Fu un parto difficile. La bambina fu estratta con il forcipe e l’operazione le causò danni permanenti alla vista. L’ortolano li venne a trovare in Ospedale e raccontò ai due genitori un fatto strano: il cane, proprio il giorno della nascita della bambina, aveva iniziato ad ululare ininterrottamente per tutto il giorno.
Quando la piccola Rosaria fu in grado di camminare, Antonino pensò bene di scendere verso l’Aterno per andare a trovare il cane, che ormai era diventato un enorme pastore, candido come la neve del Gran sasso.
All’inizio la piccola Rosaria, la quale, al cospetto dell’animale, appariva minuscola, era intimidita da quell’essere gigantesco le girava intorno scodinzolando. Lo stupore di Antonino e dell’ortolano fu grande quando, approfittando di un momento di distrazione dei due uomini, il cane si avvicinò alla bambina e si gettò a pancia all’aria, per farsi coccolare, tra le risate argentine di Rosaria…

1955. Nevicò per quasi dieci giorni. Non era stato un dicembre freddo, quello. Tutto lasciava presagire ad un inverno come gli altri. Qualche fiocco, ma niente a cui la popolazione aquilana non fosse abituata. Rosaria, guardava la neve, scendere dalla finestra della camera, con le gambe poggiate contro il termosifone, scaldato dalla grande caldaia a cherosene. Sulla rosa canina , che formava una tettoia naturale, tra il muro della casa ed il recinto vicino la strada, si posavano i grandi fiocchi. La neve faceva contrasto con il grande muro della caserma degli alpini di fronte. “Quando torna papà?” si girava verso la madre china sull’uncinetto, seduta accanto a lei. Rosaria non aveva ancora cinque anni e già portava dei pesanti occhialoni da vista. Era una bimba precoce e già leggeva qualche parolina. Si divertiva, con il suo atlante, a ripetere a memoria tutte le capitali degli stati del mondo. Non era stata bene Rosaria. Soffriva di frequenti ed abbondanti epistassi e questo preoccupava molto Antonino. Cresciute le altre tre sorelle, era Laura l’ultima nata da Osvalda, a prendersi cura ed a giocare con Rosaria. L’aspetto indifeso della bambina ed il fatto che fosse la minore, faceva rivivere a Laura il momento in cui lei aveva perso sua madre e di quanto lei fosse piccola in quel periodo. Passò Gennaio. Il freddo si fece molto intenso ed il riscaldamento non bastava a mantenere una temperatura soddisfacente in casa. Le ragazze si scaldavano avvolgendo la borsa dell’acqua calda nelle coperte, oppure facendosi scaldare un mattone e mettendolo sotto le lenzuola. Poi arrivò quella nevicata. Il quartiere si trovava sotto le propaggini del Gran Sasso e la casa di Antonino era una delle ultime case popolari prima della campagna aperta. La neve superò presto il metro e mezzo. In quelle condizioni era difficile persino uscire di casa. L’ultima notte, Rosaria iniziò a sanguinare dal naso. Un fiotto inarrestabile, continuo. La neve cadeva sempre più abbondante, altissima, una muraglia. Nel silenzio, ovattato della neve cadente, all’improvviso, ululati. Antonino si fermò ad ascoltare, poi aprì la finestra della cucina: lupi!
Erano scesi, spinti dalla fame ed ora si trovavano a poche centinaia di metri dal quartiere. Rosaria peggiorava. Bisognava fare in fretta. Antonino vestì la bambina, la avvolse in una coperta ed uscì. La strada fino al Torrione ed all’incrocio era una distesa bianca. Sarebbe stato difficile camminare sulla neve fresca,  non battuta per almeno tre km, fino alla fontana luminosa e poi, da lì, fino all’Ospedale. I lupi sembravano vicini od era la paura, la solita paura di Antonino, quella che lo aveva salvato tante volte? In realtà, tra la neve non c’era nulla. Quegli ululati li aveva sentiti solo lui. I lupi era i demoni, i demoni che bussavano alla porta, quando la bambina stava male, oppure quando compariva nel sonno il volto di sua moglie Osvalda. Antonino, riuscì a cacciare le vecchie racchette da neve dalla cantina e si incamminò. Avvolse la piccola Rosaria in una pesante coperta di lana ed inizio ad inoltrarsi nella muraglia di neve fresca che lo separava dall’Ospedale. Stava salendo la strada che costeggiava il castello quando, delle ombre veloci lo circondarono. I lupi avevano seguito le sue tracce ed ora i loro occhi brillavano come fiamme nella notte biancastra. Ringhiavano, erano pronti ad attaccare per saziare la loro fame. Tonio stringeva Rosaria al petto. Giurò che avrebbe venduta cara la pelle, prima di cedersi alle fauci di quei predatori. All’improvviso, dal nulla, un enorme pastore abruzzese, si avventò contro le bestie, ingaggiando una sanguinaria lotta contro il capobranco. Antonino guardava, paralizzato dalla paura. Il cane riuscì mettere i lupi in fuga. Si avvicinò, il manto bianco inzuppato di sangue, al piccolo fagotto che Antonino stringeva a sé. Strofinò delicatamente il suo muso sul corpicino tremante di Rosaria quindi si girò e scomparve nella tormenta. Antonio arrivò in Ospedale a notte fonda. La bambina era quasi congelata, ma questo aveva bloccato in parte l’epistassi. Giorni dopo, Antonino scese al rione Rivera, per andare a trovare il suo cane. Non c’era più.

sabato 2 gennaio 2016

Il Panettone di Don Rocco.



Il panettone troneggiava sul piccolo piedistallo di porcellana finissima,  nella vetrina  dell’Antica Pasticceria Fratelli Cenci. Tutti i paesani si fermavano a guardare quella meraviglia. Uno zuccotto bronzeo, tenuto stretto da una carta decorata in motivi natalizi. Anche Don Rocco Mariotti, il medico del paese ,tornando dall’ambulatorio, si bloccò, attratto da quello visione Il dottore diede un tiro al suo mezzo toscano, alzando il sopracciglio sinistro. Sì, era proprio un bel dolce. Non i soliti dolci che la moglie Ida usava preparare sotto le feste. Quel panettone lo aveva già visto, in televisione, nelle pubblicità del Carosello, al bar, quando tutto il paese si riuniva per vedere Mike Bongiorno.   “Essè, lu galiuppe!” esclamava il barista. Tutti i presenti favoleggiavano sulla bontà di quel panettone che il comico piemontese brandiva, nello sketch in bianco e nero. “ Ci stanno pure i canditi dentro!” diceva Pasquale la “Chi Chi”, lo stupido del paese “Me lo ha detto il mio compare, che sta a Milano!”. Don Rocco aveva deciso: doveva avere quel dolce per Natale. Dall’altra parte della vetrina, Nonna Adele, continuava a prendersela con il marito. “Possibile? A momenti arriviamo sulla luna e siamo costretti ad andare in bagno, sotto in cantina?” Il Cavalier Pietro Cenci, titolare della blasonata pasticceria, ormai rimasto solo al comando, dopo la morte del fratello, ascoltava quella tiritera da qualche mese a questa parte. “Adè, il balcone della camera da letto, già lo abbiamo chiuso con la vetrata, il lavandino ci sta. Manca solo la tazza; vedrai, prima di Natale arriva e la montiamo giusto in tempo per le feste!” Ma Adele non volle sentire ragione. Costrinse  Pietro ad andare a sollecitare Terenzio, proprietario della bottega “Merce Varia”, una sorta di magazzino, allestito in un vecchio fondaco, dove si poteva trovare di tutto, dai mattoni alle olive in salamoia. “Cavaliè, purtroppo i cessi buoni non mi sono arrivati, il Trigno ha straripato ed il camion che veniva da Vasto è rimasto in panne. C’ho qualche tazza, ma è di quelle di pessima qualità: una porcellana sottile che sembra la carta velina. Va bene per il bagno della stalla ma, per una casa no.” Il Cavalier Cenci mostrò tutto il suo disappunto. Poi, dopo aver considerato, le conseguenze di un mancato montaggio del sanitario, sui rapporti coniugali, decise” “ Vabbuò, prendo quello che avete! L’importante è che chistu’ ciesso venga pronto per Natale”. Nel pomeriggio il bagno fu montato per la gioia della famiglia, la quale, tutta al completo, volle presenziare alla “quagliatura” del nobile presidio igienico. La notizia del “montaggio” arrivò perfino al bar del paese, dove qualche temerario espresse forti  dubbi sul fatto che un donnone come Adele avrebbe potuto usufruire del gabinetto lungo e stretto, costruito sul balcone. Donna Adele era stata una bella donna molti anni prima, ma ora… I seni prosperosi, con gli anni ed il lavoro vicino al forno, era diventati delle zavorre pesanti e cadenti, tenute da reggiseni rinforzati. I fianchi mediterranei erano deragliati in un ciambellone di ciccia che contrastava la gravità solo grazie alle “panziere” di lana marrone.  Quello che impressionava di più era l’enorme sederone, cresciuto negli anni a forza di assaggiare dolci. Le uniche vestigia di gioventù erano le gambe: snelle nervose, dalla caviglia sottile, miracolosamente scampate a questo naufragio corporale. I nipoti la chiamavano “Nonna Tacchina” perché, sembrava proprio un volatile da cortile. La sera della Vigilia, Donna Adele e il Cav. Pietro erano stati fino a tardi in pasticceria a preparare le ordinazioni per il pranzo del giorno dopo. Don Rocco era passato ad ordinare il panettone, raccomandando di impacchettarlo in una confezione, da poter ostentare a tavola, per l’invidia dei parenti. I coniugi Cenci andarono alla messa di Natale in fretta e furia. Donna Adele commise l’imprudenza di coprirsi poco.  Quella notte di Natale fu particolarmente fredda.  Tutti dormivano. Tutti tranne Adele. La temperatura e la fatica avevano risvegliato le sue coliche intestinali. Si rigirava nel letto in preda ai dolori. Il marito non si accorse di nulla, tanto era sotterrato dal rantolio profondo del suo russare. Adele non ce la faceva più. Una fitta più dolorosa delle altre , la fece scattare dal letto. Non poteva fare in tempo ad arrivare fino al bagno del piano terra. Aprì, la porta del balcone, sollevando velocemente la vestaglia. Dondolando, si lasciò cadere sulla tazza. Il rumore del sanitario in frantumi, fu sordo. Subito dopo, un urlo di dolore, intenso, lungo, lancinante, squarciò il silenzio della Santa notte. Il sederone bollente di Adele aveva avuto un effetto dirompente sulla tazza di pessima qualità, ghiacciata a causa del gelo notturno. Il Cav Cenci saltò dal letto. La scena che si trovò di fronte, una volta entrato nel stretto bagno, superò la sua fantasia: Donna Adele seduta per terra, a culo nudo, sul cumulo di frantumi di coccio. Don Rocco Mariotti ebbe il suo panettone quella notte. Ma non fu quello che aveva visto in vetrina. Fu il sederone di donna Adele sotto i riflettori del suo ambulatorio, sederone dal quale, il dottore, passò tutta la notte a levare, con la pinza, decine di pezzi di porcellana.