
Gianluca Di Renzo
L'Aquila
26 Agosto 1968
Era la mia città.


presso Revolver dischi, a Porta Portese, centrale dell`acquisto per i metallari dallo stato pontificio in giù. In particolare e` da ricordare un pomeriggio storico con l`acquisizione di alcuni vinili fondamentali tra i quali “Spreading the disease “ degli Anthrax, “ Bonded by blood” degli Exodus, e soprattutto “Speak English or die” degli S.O.D. In quell`anno escono dischi come “ Reign in blood” degli Slayer “Killing Technology” dei Voivod , “Taking over” degli Overkill, “Master of puppets” dei Metallica e soprattutto “ To mega Therion” dei Celtic Frost e “Orgasmatron” dei Motorhead due dei miei gruppi preferiti. Iniziamo immediatamente una mole di ascolto considerevole, se unita ai demo ed ai dischi che A. ci fornisce continuamente e agli acquisti industriali di S. D`. un altro della compagnia dedito soprattutto alla raccolta di figa. S. e` il creatore di una fanzine dal titolo “Stonehenge”, anch`egli in contatto con vari fanzinari e giornalisti abruzzesi e nazionali. Ha una passione smisurata per i Kiss. Possiamo dire che in quel “periodo d`oro” io e M. riusciamo ad ascoltare anche 15-20 dischi al giorno. Di quell`anno e dell`anno dopo saranno due uscite editoriali importanti per il metal italiano la nascita del mensile HM per l`86 e di Metal Shock per l`87. Tutti i giornalisti sono amici e conoscenti di A.R. e questo inizia a farci camminare la testa…(Continua nel prossimo post). 


pochi istanti. Intanto il camioncino si inclinava piano piano, con la ferma intenzione di arrivare fino a valle, se nonno Pietro non si fosse deciso a proseguire. Le casse delle gazzose, facevano un leggero tintinnio ad ogni strattone della terra. - La prossima volta mi tocca passare per la Stazione di Bomba!- Nonno Pietro, salì di fretta sul camioncino. Il motore fece due rantoli di disapprovazione e spostò il carico dall`altra parte della strada, quella buona. Nonno Pietro era un omone grosso e pelato alto quasi due metri per essere un meridionale, ma sicuro di uno stazza che proveniva da una stirpe di federiciana memoria. Aveva mani sproporzionate per grandezza, ma ancora più impressionante era l`utilizzo delle bestemmie, quale interiezione tra una parola ed un silenzio. Era così aduso a sacramentare che, quando scriveva al fratello, lontano in America, metteva le bestemmie anche nel testo della lettera. Al contrario soffriva quasi di una devozione bigotta ed ancestrale per le forme esteriori della religiosità, quasi a volersi scusare per la sua blasfemia. In particolare univa la superstizione alla più rigorose pratiche di rispetto per Santi, Beati e vergini di varia natura. La moglie Requilde, una piccola ed ossuta speziale lo guardava paziente nei suoi attacchi di collera, specialmente quando, a sera, gli toccava levare le garze dalla sua gamba, per la medicazione quotidiana. Quella gamba, ridotta come un abbacchio appena scuoiato, era stata un regalo della campagna d`Africa. A cinquant`anni suonati, Nonno Pietro, fascista convinto, si era messo in mente di partire volontario. Era stato beccato durante un`imboscata, gli avevano sparato ad una gamba ed era riuscito a trascinarsi fino ad un cespuglio, dove aveva trovato salvezza e riparo, per tutta la notte. In un doloroso deliquio, non avendo con se stracci o bende per poter fasciare la ferita, aveva trovato delle grosse foglie che potevano bastare a proteggergli la coscia. Aveva beccato una rarissima pianta anticicatrizzante. Ormai erano anni che quella ferita era aperta. Ogni sera un calvario per Nonna Requilde, che lo lasciava solo durante la medicazione. Per Nonno Pietro, sbendare la ferita, ricordarsi di quel giorno e ripassare tutti I santi del calendario ad alta voce era un attimo. Nonna aspettava fuori dalla porta. Quando il fiume di improperi si era calmato, Requilde entrava piano in camera dove intanto Pietro si era addormentato. Dalla garza lavata e rilavata più volte dalla Nonna ed assicurata nuovamente intorno alla gamba di Pietro, cominciava a riemergere inesorabile, una leggera macchia di sangue. Poi, tutto precipitò a poche settimane da quel giorno come tanti altri. La gamba che era rimasta un ricordo tangibile ma stabile dell`ultima guerra, iniziò ad infettarsi. Il Dottore del paese, don Lele Fantini, lo visitò una sera e volle parlargli: - Pietro, la gamba e` da amputare!- - Amputa` lu`kazze!- rispose Pietro. - Dotto`, cosa ha detto nostro Signore? Che nel giorno del giudizio, bisogna uscire interi dalla proprie tombe per essere giudicati al cospetto di Dio! Gna` kazze `ci vaje davanti all`onnipotente senza na`cosse? Sta` cosse je` lu me` e con me deve venire all`altro mondo! - Inutile fu per il Dottore convincere Pietro della necessità di amputare l`arto, per cui don Lele pensò di convincere la moglie ad effettuare l`operazione con l`inganno, dato che vi era in gioco la vita di Nonno Pietro. Il giorno dopo, il Dottore con la scusa di somministrare un medicinale a Pietro, lo narcotizzò e potè effettuare l`operazione. Era ancora lì don Lele, che stava pulendo I ferri, e rimettendo a posto ogni cosa. La gamba era sul davanzale avvolta in un panno di lino, come un prosciutto, che Nonno Pietro aprì gli occhi. L`anestesia non particolarmente forte e la fibra del vecchio, avevano consentito un rapido risveglio, sufficiente perchè Pietro si rendesse subito conto dell`accaduto. Come una furia incontrollata, dal suo letto, Pietro aspettò che il Dottore si fosse avvicinato per prenderlo per il collo e minacciarlo: - Aredamme` la `cosse!- urlava il Nonno - Aredamme la` cosse senno` t`accide! -. Solo dopo che il vecchio ebbe l`arto sotto il suo braccio, lasciò la presa dal collo del Dottore, il quale, non appena fu liberato, scappò dalla stanza urlando. Per qualche giorno, Pietro, tenne la gamba nell`ultimo cassetto del settimino. Poi, con l`aumentare del cattivo odore, Requilde decise di chiamare il parroco, affinchè convincesse Pietro a seppellire, quel moncone ingombrante e fetoso. Fu difficile da parte di Don Eustachio, convincere Pietro, tanto che il vecchio pretendeva che si facesse un funerale speciale per la sua gamba. - Sa`cosse` da`pije li` Sacramiente`- continuava a ripetere al parroco, tanto che Don Eustachio fu costretto ad organizzare una sorta di rito posticcio, con tanto di aspersorio, affinchè Nonno Pietro si convincesse della regolarità delle esequie. Fu chiamato Mastro Armando, il falegname, perchè si costruisse una bara della misura della gamba. Così molti si affacciarono alle finestre delle case vicine, quando uscì la processione, con il parroco, Nonno Pietro sul carretto, nonna Requilde e I tre figli, tutti al seguito di Merdone, sfossamorto comunale sordomuto e scemo del paese all`occorrenza, con sulla spalla la piccola cassa di noce, nella quale vi era custodita la gamba. L`arto fu inumato nel loculo della cappella di famiglia, loculo già prenotato come dimora eterna da Nonno Pietro. Così, ogni fine settimana, il vecchio andava a ”recare omaggio” alla sua gamba che nella morte lo aveva preceduto, fermandosi sulla lapide a pregare. Sul granito vi era scritto: “Pietro Cenci di lui più lesta, giace qui la gamba”